Archivio per aprile 2010

30
apr
10

Bangkok Adrenaline: applausi, lacrime, buio.

James says… Voglio essere chiaro, non è che ci sia molto da dire su questo film. Cinematograficamente parlando è un mezzo aborto: regia assente, attori che a chiamarli tali ti senti un verme nei confronti degli attori veri, una sceneggiatura che mio nipote di 6 anni sarebbe stato capace di scrivere in cinque/dieci minuti rendendola molto più interessante, e dei personaggi che escono fuori dritti dritti dalla sagra dell’ovvio. Trama: quattro ragazzotti (tre pardon, uno è un armadio a otto ante con comodino e lampada annessi) in visita turistica a Bangkok perdono un sacco di soldi al tavolo verde e si riempiono di debiti col proprietario del casinò, che sembra un Giancarlo Magalli in versione asiatica. Magalli gli da una settimana di tempo per recuperare il denaro altrimenti le loro teste finiranno come ornamento per i saloni di qualche villa di lusso del circondario. Ed ecco arriva la genialata: dato che in una settimana è impossibile anche per Tremonti raggranellare l’equivalente del Pil del Lussemburgo, i nostri pensano bene di rapire la figlia di un milionario che ben presto si rivelerà un bello stronzo, per poi chiedergli un riscatto e saldare finalmente il debito. Applausi, lacrime, buio. Fin qui si potrebbero già contare una decina di ‘machecazzo’; se poi mi soffermo a parlare della ‘recitazione degli attori’, delle simpaticissimissime battute e scenette piazzate qua e là utili come uno scopino del cesso senza spatole, e di qualche altro pittoresco personaggio/avversario accessorio, si arriva a contarne 120/150 più o meno. Se poi parlo anche del combattimento in corsa sul motocarro che sfida ogni legge di gravità conosciuta dall’uomo, e di quanto sia scemo e inutile “l’amico” francese di John il rasta e il suo commando di inetti allora si perde proprio il conto. Insomma faccio prima a dirvi cosa vale di questo film. Ben poco. Qualche coreografia dei comunque preparati Daniel O’Neill e comitiva, una Priya Suandokemai che ha un suo perché (e ovviamente non sto parlando delle sue doti da attrice), la Pontiac GTO classe ’67 dell’ex-scagnozzo del milionario e poco altro. Insomma, leggendo questa recensione avete perso il vostro tempo, ma se guarderete il film sarà ancora peggio. Se siete abituati alle ciofeche e avete un filo di masochismo che vi scorre nelle vene, allora guardatelo pure Bangkok Adrenaline, potrebbe addirittura strapparvi qualche sorriso a denti stretti; ma vi faccio presente che stanno iniziando le belle giornate, e io fra rivedere questo film e passare due ore al parco a fissare gli anatroccoli albini in calore sceglierei decisamente la seconda. E non è che io abbia tutto questo debole per gli anatroccoli albini in calore eh. Poi fate vobis.

28
apr
10

Raging Phoenix: osteria numero mille, paraponziponzipò.

James says… Trama: in Thailandia (I suppose…) esiste un’organizzazione segreta specializzata nel rapire delle ragazze particolari con dei feromoni particolari per creare un farmaco particolare, tipo elisir di lunga vita. Come le trovano? Semplice, a fiuto. Tipo cani da tartufo. Pertanto la nostra eroina Deu (Jeeja Yanin) -che di eroina ha ben poco dato che a dire il vero è una sfigata con crisi esistenziali assortite e una simpatica sindrome da cane abbandonato-, ovviamente dotata del feromone del desiderio, viene usata come esca da una mappata di ex-fidanzati a cui sono sparite le ragazze per colpa di quest’organizzazione, con lo scopo di trovare i farabutti in questione molto abili nel far perdere le loro tracce e possibilmente recuperare anche le loro squinzie. La verità? Questo film non m’ha detto un cazzo. Allora, ragioniamo. Cosa funziona e cosa no: c’è una bella fotografia e dei begli scenari aperti che attraggono l’attenzione, ci sono degli attori potenzialmente carismatici che interpretano personaggi potenzialmente carismatici, ci sono delle buone musiche (sto parlando di quelle orchestrate, non di quegli aborti freestyle). Fin qui i pro. Cosa non funziona allora? La sceneggiatura che zoppica vistosamente, le coreografie non molto convincenti ausiliate per giunta dai cavi in stile ‘La foresta dei pugnali volanti‘ che conferiscono ad ogni scazzottata quel fastidioso senso di fittizio, per non parlare poi della parte finale del film che è un crescendo di ‘machecazzo’. Ah già, ma quello fa parte della sceneggiatura gambizzata. Insomma, i pregi sono proprio quelli che volendo potrebbero (e sottolineo potrebbero) anche passare in secondo piano in un film del genere, mentre i difetti al contrario sono quelli che andrebbero sviluppati con maggior cura. Il problema è che ‘sto film non sa bene se prendersi sul serio oppure no. Nella prima parte decisamente no. Esempi lampanti sono gli scagnozzi dei rapitori con alle gambe delle protesi alla Oscar Pistorius ma con delle lame montate sul retro, un’iniziazione ‘alcolica’ al Drunken Muay Thai che di serio ha ben poco, e dei personaggi che hanno un fare da cazzeggio quasi fastidioso. Nella seconda parte invece cambia tutto e si prende un po’ troppo sul serio, ammantandosi di un velo di poesia forzata e di cupezza che onestamente non c’azzecca niente e che non riesce neanche benissimo. La forte sensazione è che Raging Phoenix sia stato scritto un po’ di fretta, sulla scia del successo che la Yanin sta attualmente riscuotendo in Asia e non solo. In alcuni punti sembra proprio scritto con i piedi, fin troppo prolisso dove non c’era bisogno e fin troppo rapido quando si poteva/doveva approfondire. Insomma, una mezza ciofeca che non salva neanche la Yanin e i suoi compagni di merenda Kazoo, Roongtawan e i Leading Thai B-Boys, sicuramente grandi atleti ma che in questa sede fanno una figura un po’ barbina. Ma non per demerito loro ovviamente. Comunque dopo aver visto Jeeja Yanin in versione autistica effettivamente mancava la versione ubriaca. Ora manca solo il film con lei che fa muay thai con le emorroidi e poi siamo a posto.

27
apr
10

“Chocolate”: Avete presente Rain Man? Ecco, dimenticatevelo.

James says… Che succede se sei una fanciulla poco raccomandabile, avvenente e ‘in carriera’, e fai le corna ad un boss della mala thailandese (Pongpat Wachirabunjong) con uno yakuza (Hiroshi Abe)? Semplice, perdi un dito del piede, ti ritrovi da sola a mantenere la figlia autistica frutto del fattaccio e il suo amico obeso di infanzia, e resti senza un soldo e costretta a letto da una malattia terminale. Alegher alegher. Altro bel filmetto questo Chocolate, sorpresa assolutamente positiva che ci regala una Jeeja Yanin nei panni di una ragazzina autistica che però incarna a pieno il detto ‘fare di necessità virtù’. Infatti, in barba al suo difetto genetico, per permettersi le cure per la mamma malata (Ammara Siripong) la nostra Zen (interpretata appunto dalla Yanin) impara a menadito le arti marziali ciondolando ore e ore davanti al televisore di casa che trasmette i film di Bruce Lee e Tony Jaa, e va a fare il culo a strisce agli ex-’debitori’ della madre con un’ingenuità che la rende quasi adorabile se non si fa caso alle mascelle che fa saltare a suon di cazzotti. Una sorta di riabilitazione dell’antica arte del chiedere il pizzo insomma, portata avanti questa volta per nobili fini. Ma gli sceneggiatori giustamente non la mettono proprio così, facendo trovare davanti alla nostra Zen degli esercenti che non si fanno tanti scrupoli a malmenare la menomata ragazzina e il suo fedele trainer/amico grassoccio Moom (Taphon Phopwandee). E da qui in poi degli scontri si perde il conto. Senza dimenticare poi che il deretano del thailandese cornificato brucia ancora molto per l’onore perso, pertanto oltre agli esercenti, la ragazza e sua madre dovranno fare i conti anche col boss in questione (veramente da commozione la scena della lotta sui balconi dell’albergo stile livello di Donkey Kong) e con un gruppetto di sue fidate scagnozze che non s’è capito bene se siano trans o meno, ma in fondo non ci interessa. Anche qua le mazzate volano copiose, e la Yanin è di sicuro una delle più talentuose artiste marziali ora in circolazione, molto fedele alla filosofia di Tony Jaa ovvero dacci gengive che volano e siamo tutti contenti. Il plot è interessante e offre anche un po’ di profondità dato che l’argomento autismo e la storia tragica vengono trattati con una certa delicatezza fra una carriolata di mazzate e l’altra, e poi la Jeeja Yanin è davvero in grande spolvero sia come attrice che come picchiatrice, così come i suoi comprimari. Davvero una produzione degna di nota che vi saprà sicuramente spiazzare in positivo se vi siete affidati solo al trailer per farvi un’idea di cosa andrete a vedere. Bravo, bis.

PS. da notare i titoli di coda stile “Jackie Chan” con tutti gli incidenti sul set, altra prova delle mazzate che la Yanin prende sul serio. Poraccia.

26
apr
10

“Merantau”: il ragazzo di campagna va in città, e mo so cazzi.

James says… Si dai, in fondo ce n’era bisogno. Dopo tutti questi anni in cui i vari Jackie Chan, Jet Li, Sammo Hung e compagnia ci hanno ammorbato i maroni con le loro coreografie artificiose e con il loro solito ruolo da eroe che “mo te rompe er culo e manco te ne accorgi”, era normale che arrivasse un Tony Jaa qualunque a sovvertire un po’ l’artificiosità di questi combattimenti su cellulosa con qualche sana ginocchiata sulle gengive, ed era ancora più normale che la moda prendesse piede e che uscissero fuori i vari adepti. E così dopo l’affascinante JeeJa Yanin ora tocca agli Indonesiani dimostrare che le palle fumano anche a loro, quindi, ladies and gentlemen, ecco a voi il principino del silat Iko Uwais. Pare che nell’hinterland thailandese, come da tradizione, ad un certo punto della vita le madri caccino di casa i loro figli per il Merantau, che si tratta in parole povere di mandarli in città e toglierseli dalle balle per un po’ con la scusa di farli crescere. E tutto ciò è toccato ovviamente anche al nostro Yuda (Iko Uwais), così come a suo fratello prima di lui; solo che il fratello è tornato a casa senza far troppi casini, lui decisamente no, dato che si imbatte praticamente da subito nel piccolo ladruncolo Adit (Yusuf Aulia) e in sua sorella lap-dancer-per-necessità Astrid (Sisca Jessica), e correlativamente in un paio di personaggi poco simpatici che trafficano donzelle asiatiche oltreoceano per scopi altrettanto poco simpatici. Si, la trama non brilla per originalità, a parte la trovata del Merantau, ma nonostante ciò il film risulta molto godibile. Che ve devo dì? Sicuramente non è il classico kung-fu movie, dato che ha una sceneggiatura piuttosto solida, dato che i personaggi sono abbastanza credibili e viene anche facile affezzionarcisi (sia ai principali che a qualche stupido nemico-scagnozzo che susciterà in voi un irresistibile mix di simpatia e pena), e dato che le coreografie di Uwais e dei suoi antagonisti non sono mai troppo ‘coreografate’, il che toglie al nostro eroe quel fastidioso alone di immortalità che spesso e volentieri si trova nei film della concorrenza. E poi c’è anche un’apprezzabile quanto insolita vena poetica e un finale non del tutto scontato. Insomma, è un filmetto con la sua profondità, che sicuramente vale la pena di essere visto e che supera in quanto a qualità tanti altri concorrenti ben più ‘blasonati’. E bravo Iko, scoperta molto positiva. Facce vedè altre gengive che saltano, e fallo con stile.

08
apr
10

“Life Starts Now”. Perché un diamante è per sempre.

Tom says… A volte dalle pieghe di un sovraccarico lettore mp3 riemergono gemme. Non i soliti diamonds in the rust, stiamo parlando di vere e proprie gemme. Grosse come noci di cocco. Telefonare DeBeers per preventivo. Come l’ultimo Three Days Grace, per dire. E non è neanche un disco nuovo. Manco i 3DG sono un gruppo nuovo, se proprio. ‘Life Starts Now’ è un prodotto dell’anno scorso e i 3DG a curricolo con questo ci piazzano la terna. Però come al solito l’american fm rock, un po’ roghenrol, un po’ post-grunge un po’ arrampica classifiche da noi stenta, Creed e Nickelback a parte. Eggià, perché i nostri amichevoli Three Days Grace di quartiere negli States e nel loro natìo Canada sono già un nome caldino caldino, frequentemente in tour e promosso come si deve. Televendiamoli anche da noi, no? Dunque, musicalmente li abbiamo già inquadrati, è inutile. Il problema se mai è che un paio di etichette non rendono grande giustizia ad un disco a dir poco epocale come questo. Certo, la melodia di ‘Lost In You’ gira la scena modern melodic rock da un tot, certo gli arrangiamenti furbeschi dei frangenti più duri (la spaccona ‘Bitter Taste’ o ‘The Good Life’) sono poca cosa se visti in prospettiva, certo le prestazioni individuali non sono particolarmente geniali, ma la realtà complessiva di ‘Life Starts Now’ è decisamente più ampia. E’ ampia grosso modo quanto la mia stempiatura. E dal barbiere spendo sempre meno, io. ‘Life Starts Now’ è un concentrato pauroso di singoli feroci, di orgasmi da tre minuti netti, tipo per dire il primo singolo ‘Break’ che strutturalmente rasenta la perfezione. ‘Life Starts Now’ è un greatest hits di puro rock da combattimento, bullo a sufficienza da diventare il re della festa ma anche profondo quanto serve da abbassarsi le luci, silenziare i watt e rivestirsi di orchestrale (giusto una: ‘Last To Know’). In poche parole il nuovo parto dei Three Days Grace è semplicemente enorme. Un diamante è per sempre. Come dice DeBeers.

www.myspace.com/threedaysgrace

07
apr
10

After Dark 2009 #1: “Autopsy”. The Wizard Of Gore Is Back!

Dopo una esauriente diesamina dell’edizione 2010, facciamo un passo indietro nel tempo per vedere le proposte dell’After Dark Festival 2009, altre otto pellicole di genere thriller/horror. Per chi ancora non sapesse di cosa stiamo parlando, prego leggere qui.

Tom says… Che ficata. ‘Autopsy’ è l’opera prima alla regia di Adam Gierasch, ufficialmente esploso con il folle remake di ‘Night Of The Demons’ presentato alcuni mesi fa e che un po’ tutti attendiamo in dvd. Il nostro, oltre a dirigere, è da un po’ nel giro giusto avendo scritto film per Tobe Hooper, Argento e altri ancora (e oltre a questo è pure attore comprimario qua e là). Tutto questo per dire che Gierasch è uno molto attivo in questi anni. No, non è un genio e molte delle sue sceneggiature non sono solidissime, ma è di sicuro innegabile che il nostro abbia talento per il genere. ‘Autopsy’ lo conferma pienamente: è il film più genuinamente visionario in campo horror/gore da qualche anno a questa parte. La trama è veramente da sottobicchiere della birra: incidente stradale, clinica isolata, gruppo di giovani carne da macello sottoposti ai bizzarri esperimenti di una sinistra equipe medica. Tutto il resto è bassa, bassissima macelleria. Ma con gusto. Primo: la messa in scena è straordinaria. Grazie ad una fotografia azzeccatissima, a luci coloratissime e a scenografie adeguate, il Mercy Hospital dove si aggirano i nostri è pressoché già culto: sinistro ma realistico. Secondo: la trama è quello che è, e ce ne accorgiamo subito. Un par di machecazzo bussano alla porta qua e là e c’è un elemento soprannaturale ogni tanto che non si capisce granché bene a cosa serva. Terzo: nonostante questo, il film è spettacoloso; per un motivo semplice: l’immaginazione di Gierasch è fenomenale. Immaginate Herschell Gordon Lewis, Stuart Gordon e Brian Yuzna. Gore inventivo, umoristico e sorprendente. Quarto: Jason ‘T1000’ Patrick è gigantesco nel suo ruolo di medico folle e si candida al miglior medico pazzo dai tempi di Jeffrey Combs. Quinto: Gierasch non è tutto sano. Di porcherie ne ho viste tante, ma di coreografie gore precise e puntuali come queste gran poche. Andiamo oltre all’eccesso di Gordon Lewis, andiamo oltre alle bizzarrie compositive di Yuzna e Gordon. Siamo in un territorio dove le parti del corpo, smembrate e sezionate tornano ad essere protagoniste in composizioni dal chiaro gusto artistico. E’ un carnevale della follia da sala operatoria, ‘Autopsy’, una serie di scenette progressive legate da un filo spesso troppo sottile. Il talento di Gierasch però riesce a tenerle insieme quanto basta e a servirci un piatto gustosissimo. Se volete pote considerarlo il Re-animator che non è mai stato prodotto. Ci vuole gran poco.

…Ovvero tutto ciò che la vostra ragazza non vedrà mai perché si sta coprendo gli occhi. Direttamente proporzionale a quello che dopo non vedrete voi in caso questo sia un film brutto!

Ah, ‘Autopsy’ nonostante non sfrutti ambienti sudici, fotografia livida e messa in scena pseudo-snuff di roba ne ha da vendere. Ci sono un paio di sequenze tutte intestate alla macellazione più pura, un tentativo di trapanazione in testa live con soggetto cosciente, carrettini pieni di braccia e gambe e perfino una meravigliosa esposizione ordinata di tutti gli organi interni! Yummi!

06
apr
10

“Trespassers”: suicidal-pop from Denmark. Ma col sorriso sulle labbra.

Daniel says… “C’è del marcio in Danimarca”: mai citazione fu più appropriata. Parliamo infatti dell’ultimo studio-album dei Kashmir, l’autorevole risposta danese al rock melanconico portato in auge dai Coldplay e dall’immenso stuolo di imitatori che la band britannica si porta appresso. Il marcio dove sta? Guardando le diverse riprese live che è possibile trovare su YouTube, ci si rende facilmente conto di una paio di cose. Primo: i Kashmir, a casa loro, sono un nome che fa piuttosto tendenza, un po’ come da noi la fanno gli erotomani della De Filippi (lo stesso abisso che separa i Vanzina da Lars Von Trier). Poi c’è la parte saliente di tutta la “questione Kashmir”: perché se è vero che i nostri,  in alcuni frangenti, fanno di tutto per assomigliare ai migliori Coldplay, sfido io il buon Chris Martin a fare un video come questo e ad uscirne senza una denuncia per istigazione al suicidio. E meno male che siamo nel 2010 di ‘Trespassers’, disco che bene o male comincia a prendere le distanze dai ritmi da flebo e dalle sonorità semi-acustiche che hanno caratterizzato i Kashmir negli ultimi dieci anni, perlomeno fino all’ultimo lavoro in studio del 2005 ‘No Balance Palace’. ‘Trespassers’, da un punto di vista strettamente musicale, segna quindi un nuovo inizio per il quartetto danese: l’elettronica è finalmente sfruttata a 360 gradi (‘Intruder’), le ritmiche cominciano ad assumere una forma propria e piuttosto quadrata, sull’onda del successo degli Editors, e poi vabbeh, il songwriting monumentale di Kasper Eistrup e soci tende ancora una volta a diradare tutte le ombre che potrebbero avvicinarsi all’universo Kashmir. Non è un caso se il lento ‘Bewildered In The City’ sfiora i massimi storici del suo genere (chi ha detto ‘The Scientist’?) e se, subito dopo, con ‘Pursuit of Misery’, i nostri scrivono un ritornello che si divora tutto l’ultimo Coldplay in un sol boccone. Tra una cosa e l’altra, quasi dimenticavo i due singoli (‘Mouthful Of Wasps’, ‘Still Boy’), che tanto brutti non sono, e un altro paio di passaggi da applausi che lascio alla vostra buona volontà. Non basta? Allora per la serie “facciamoci del male”, in Danimarca vanno forte anche i Saybia, ennesimo caso patologico a supporto della battuta con la quale ho aperto questo mio sproloquio.

www.myspace.com/kashmiryeah

05
apr
10

After Dark 2010 Special: … and the winner is…

Nell’ultima settimana circa vi abbiamo presentato gli otto film del recente After Dark edizione 2010. A parte il fatto che ‘sta idea che mi è venuta ha scoperchiato un vaso di pandora, visto che adesso ho in mente di proporre le pellicole delle scorse edizioni, ecco un post riassuntivo collegato agli otto film di quest’anno.

Cosa vale la pena vedere? Sicuramente Lake Mungo e Dread, mentre risultano godibili ma non completamente riusciti The Hidden, Zombies Of Mass Destruction e The Final, mediocri invece The Reeds, Kill Theory e The Graves. Cliccate sui poster per accedere alle recensioni nel dettaglio. Per la prossima sfornata di After Dark, prima del 2011, guardare attentamente qui. Ci si rivede in autunno, a quanto sembra…

05
apr
10

After Dark Special #8: “Lake Mungo”. Metacinemiamoci così, senza pudor.

Passiamo in rassegna le otto proposte annuali dell’After Dark, concentrandoci sulle novità 2010, uscite da pochissimo sul mercato DVD. Per chi non conoscesse l’After Dark Festival, prego leggere qui. Non è che siano tutte gemme, però val la pena controllare ogni anno cosa salta fuori dalle loro parti…

Tom says… Il lago Mungo non è a Busto Arsizio. Non è nemmeno vicino a Zagarolo. E’ da qualche parte in Australia e con un nome così non credo ci si faccia a gomitate per un soggiorno. Di conseguenza, non so con che cuore la gente si sia avvicinata a questa pellicola. Certo, l’horrorofilo ha dei principi di erezione nell’ordinare dvd con dei titoli tipo questo, questo o questo, ma ‘Lake Mungo’ gioca in un campionato tutto suo. Alice Palmer è una adolescente annegata in una tragedia domestica come tante. Dopo la dipartita però si parla insistentemente ancora di lei a causa dei fenomeni paranormali che coinvolgono la sua simpatica casetta e tengono sveglia la triste famigliola. ‘Lake Mungo’ è perciò un mockumentary su codesta vicenda. Mockumentary che starebbe per documentario finto. Tipo i primi venti minuti di ‘District 9’ o, involontariamente, le decine di serie televisive sulle case infestate, triangoli delle bermuda e curatori miracolosi che girano sulla tv via cavo. Sotto questo punto di vista la pellicola di Joel Anderson è fenomenale: alternanza di footage di vario genere (ufficiale, amatoriale, fotografico, amatoriale zozzo), testimonianze, montaggio chiaro e sequenziale, prova recitativa del cast (tutti buoni attori mai sopra le righe). Eppure, non è questo l’obiettivo di Anderson. ‘Lake Mungo’ è in sostanza un mockumentary sulle presenze paranormali, sulla loro ripresa, la loro diffusione e la loro possibile spiegazione. Abbiamo quindi riprese notturne da telecamere, analisi approfondita di fotografie e compagnia bella. Già. ‘Paranormal Activity’. Lasciamo perdere chi ha preso da chi, l’ormai famigerato film di Oren Peli condivide con il qui presente una sola, singola idea: filmare le presenze. Perché mentre ‘Paranormal Activity’ è un riassuntone delle vicende dell’appartamento dei nostri due piccioncini, ‘Lake Mungo’ è un editing post-prodotto di tutta un’intera vicenda: i fatti, le reazioni, i cambiamenti, i colpi di scena. Ma non è nemmeno questo l’obiettivo di ‘Lake Mungo’ (lo so, me la sto tirando un pochettino). Nei novanta minuti di narrazione delle vicende di Alice siamo più volte portati a confrontarci con una molteplicità di punti di vista e di informazioni. Al punto che talvolta una di queste cambia tutte le carte in tavola. E la bellezza di ‘Lake Mungo’ è tutta qui: Anderson gioca un po’ con lo spettatore ragionando su ciò che si vede, ciò che noi vogliamo vedere, ciò che è realtà e ciò che invece è costruito o artefatto. Blow Up? Forse. Però non credo siano questi i natali di ‘Lake Mungo’. Non direttamente almeno. Un mockumentary ben fatto, su una vicenda legata al paranormale che riflette su cosa è realtà e su cosa è finzione già di suo è un film da vedere. A voi i ragionamenti più o meno filosofici, anche perché ‘Lake Mungo’ è parecchio godibile già di suo senza farsi troppe domande. Filmone.

…Ovvero tutto ciò che la vostra ragazza non vedrà mai perché si sta coprendo gli occhi. Direttamente proporzionale a quello che dopo non vedrete voi in caso questo sia un film brutto!

un cadavere un po’ livido, qualche presenza su registrazioni buie. quasi un non pervenuto.

04
apr
10

“Edge Of Darkness”: mi hanno sparato la figlia. Ma l’ho presa bene.

Tom says… Martin Campbell non se lo fila mai nessuno. Cioè, non è che nessuno gli dia lavoro: è che non lo vedi mai sulle copertine giuste, o ai galà giusti. O con in mano i premi giusti. E anche in caso vinca qualcosa, non se lo fila nessuno lo stesso. Al cinefilo non si riempie la bocca dire: “We, ho visto l’ultimo di Martin Campbell”. Se mai può dire di aver visto “l’ultimo 007” (uno e due), “Zorro” con Banderas (uno e due), o “quel film là sui ghiacciai con quello che faceva Robin nei Batman quelli brutti”. Insomma, Martin Campbell non è uno che ci mette la faccia di solito, e finiscono per mettercela gli attori. E allora ripensandoci su ‘Casino Royale’ ha rivitalizzato il nome della saga di 007 e Daniel Craig a Campbell gli deve mandare qualcosa a Natale finché campa; il primo ‘Zorro’ con Banderas sarà pure deriso ma il suo sporco lavoro al botteghino lo ha fatto. E pure bene. Insomma, Campbell è uno che il suo mestiere è in grado di farlo e come unico difetto ha avuto spesso sceneggiature non propriamente di ferro. ‘Edge Of Darkness’ (qui da noi ‘Fuori Controllo’) è un poliziesco con Mel Gibson ripreso da una miniserie per la tv britannica degli anni 80, tutta scritta e diretta da Campbell. No, non c’è Danny Glover. E nemmeno Gary Busey. Però dai primi dieci minuti ti aspetti che saltino fuori da ogni angolo, perché Martin Campbell, con la complicità di un Mel Gibson decisamente asciutto e in parte, dirige come si faceva una volta. Anche prima degli anni Ottanta. Dai primi minuti e dal botto della prima sparatoria ti aspetti che si corra, ci si scazzotti e si disinneschino bombe come se non ci fosse un domani per un’ora e mezza. Invece tutto il film è l’investigazione/vendetta di un Mel Gibson padre e poliziotto. Al Mel gli hanno sparato la figlia davanti casa, in un mare di sangue brillantante. E allora decide che è il caso di capire. Scribacchia sugli appunti, ricostruisce, ogni tanto sbrocca e pesta qualcuno. Il ritmo c’è, si impenna ogni tanto quando a Craven/Gibson brilla la pupilla. Senza pathos, senza effettoni. Ma son dolori uguale. E volendo c’è pure Ray Winstone, agente di chissà quale agenza governativa agli ordini di se stesso in un ruolo da ricordare per arguzia, ironia e battutoni. A questo punto, se ripenso a dove è andato il poliziesco nell’anno 2010, mi rendo conto degli anni luce che ci sono fra, che ne so, un Mann e un Campbell. Per limitarci a parlare di un modello alternativo che funziona, perché se mi incammino verso questo o questo mi viene un po’ da piangere per come sarebbe ancora facile fare bei film polizieschi. Perché in ‘Edge Of Darkness’ tutto è nitido, lineare, semplice: i cazzotti si danno fronte camera, le pistolettate in faccia, i cattivi sono proprio cattivi, i poliziotti se sono buoni li vedi da lontano manco avessero l’alone dell’hiv e in caso siano cattivi non hanno nemmeno il fegato di guardarti in faccia quando ti tradiscono. La telecamera non è attaccata ad un frullatore, la camera di post-produzione l’hanno vista sì e no cinque minuti, non ci sono metaforoni e citazioni. Il mondo di Campbell è fermo ad un tot di anni fa e Mel Gibson ci sguazza: pettinato, rasato, ben vestito riesce ad essere composto sia quando è in fin di vita che quando dispensa pizze in faccia, filosofia esistenziale e pistolettate. Quindi, nonostante il modello sia antiquato non aspettatevi né la follia di Martin Riggs né la disillusione di Porter. Aspettatevi un poliziesco asciutto, ben diretto (né effettato né stiloso), decentemente scritto e con un paio di sequenze di ammazzamenti da sicuro effetto nostalgia. E’ talmente liscio ‘Edge Of Darkness’ che ho capito benissimo perché in giro non è piaciuto. Semplicemente non è più un film di questi anni, ma di bellezza per uno che ama il genere ne ha. Bellezza che chiameremo caramente palle. Quadrate. Le cose semplici, ben fatte che funzionano ancora. Ovviamente in mano a chi è in grado di farle. High five, Martin.







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Probabilmente nessuno di importante. Però potrebbe interessarvi ciò che scriviamo. Se avete i nostri gusti, magari. Ma anche se non li avete.



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Risposta garantita? No. Ce la tiriamo? Non ce lo possiamo permettere. E' che talvolta abbiamo da fare.








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