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Raging Phoenix: osteria numero mille, paraponziponzipò.

James says… Trama: in Thailandia (I suppose…) esiste un’organizzazione segreta specializzata nel rapire delle ragazze particolari con dei feromoni particolari per creare un farmaco particolare, tipo elisir di lunga vita. Come le trovano? Semplice, a fiuto. Tipo cani da tartufo. Pertanto la nostra eroina Deu (Jeeja Yanin) -che di eroina ha ben poco dato che a dire il vero è una sfigata con crisi esistenziali assortite e una simpatica sindrome da cane abbandonato-, ovviamente dotata del feromone del desiderio, viene usata come esca da una mappata di ex-fidanzati a cui sono sparite le ragazze per colpa di quest’organizzazione, con lo scopo di trovare i farabutti in questione molto abili nel far perdere le loro tracce e possibilmente recuperare anche le loro squinzie. La verità? Questo film non m’ha detto un cazzo. Allora, ragioniamo. Cosa funziona e cosa no: c’è una bella fotografia e dei begli scenari aperti che attraggono l’attenzione, ci sono degli attori potenzialmente carismatici che interpretano personaggi potenzialmente carismatici, ci sono delle buone musiche (sto parlando di quelle orchestrate, non di quegli aborti freestyle). Fin qui i pro. Cosa non funziona allora? La sceneggiatura che zoppica vistosamente, le coreografie non molto convincenti ausiliate per giunta dai cavi in stile ‘La foresta dei pugnali volanti‘ che conferiscono ad ogni scazzottata quel fastidioso senso di fittizio, per non parlare poi della parte finale del film che è un crescendo di ‘machecazzo’. Ah già, ma quello fa parte della sceneggiatura gambizzata. Insomma, i pregi sono proprio quelli che volendo potrebbero (e sottolineo potrebbero) anche passare in secondo piano in un film del genere, mentre i difetti al contrario sono quelli che andrebbero sviluppati con maggior cura. Il problema è che ‘sto film non sa bene se prendersi sul serio oppure no. Nella prima parte decisamente no. Esempi lampanti sono gli scagnozzi dei rapitori con alle gambe delle protesi alla Oscar Pistorius ma con delle lame montate sul retro, un’iniziazione ‘alcolica’ al Drunken Muay Thai che di serio ha ben poco, e dei personaggi che hanno un fare da cazzeggio quasi fastidioso. Nella seconda parte invece cambia tutto e si prende un po’ troppo sul serio, ammantandosi di un velo di poesia forzata e di cupezza che onestamente non c’azzecca niente e che non riesce neanche benissimo. La forte sensazione è che Raging Phoenix sia stato scritto un po’ di fretta, sulla scia del successo che la Yanin sta attualmente riscuotendo in Asia e non solo. In alcuni punti sembra proprio scritto con i piedi, fin troppo prolisso dove non c’era bisogno e fin troppo rapido quando si poteva/doveva approfondire. Insomma, una mezza ciofeca che non salva neanche la Yanin e i suoi compagni di merenda Kazoo, Roongtawan e i Leading Thai B-Boys, sicuramente grandi atleti ma che in questa sede fanno una figura un po’ barbina. Ma non per demerito loro ovviamente. Comunque dopo aver visto Jeeja Yanin in versione autistica effettivamente mancava la versione ubriaca. Ora manca solo il film con lei che fa muay thai con le emorroidi e poi siamo a posto.


1 Risposta a “Raging Phoenix: osteria numero mille, paraponziponzipò.”


  1. marzo 9, 2012 alle 1:14 pm

    Ciao, potrei avere l’email del webmaster?
    Grazie in anticipo


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