Archivio per maggio 2010

26
mag
10

Welcome to Topaland #1: Lorraine Lewis

James says… L’avete fatto vero? Qualcuno o qualcuna di voi ha storto il naso leggendo il titolo della rubrica. Bè, effettivamente il messaggio che ne esce fuori forse non rende pienamente giustizia alla figura femminile, ma se questo tipo di discorsi dovesse in qualche modo turbare la vostra sensibilità vi faccio parlare con mio cuggino che c’ha un amico della sorella del cognato che conosce una tipa che porta i caffè a un’altra tipa di un’associazione femminista di Scasazza. Scherzi a parte non vogliamo offendere nessuno, noi voliamo decisamente più bassi. E certamente questo articolo sarà il primo di una lunga serie. Non lunga come Lost però, che ci tengono lì per sei lunghi anni e poi alla fine si scopre che Jacob, Hugo e Jack in realtà sono…mmm vabè, ma mi sa che il finale ve lo racconto dopo dai. Come tutti noi ben sappiamo il metal fortunatamente non è un genere soltanto al maschile. Ringraziando qualche divinità nordica a caso, intorno agli anni ottanta qualche discografico capì che forse si poteva anche smetterla con la sagra della fava nel rock duro, dando più spazio alla gnagna così come era già prassi comune negli altri generi musicali. E cavolo se ha funzionato. Tant’è che ora il ‘female fronted metal’ -come dicono i ‘giornalisti’ che ce la sanno e le case discografiche che ce la sanno ancora di più- fa quasi più mercato del porno. Di sicuro una figura importante di questa ‘corrente’, se vogliamo chiamarla così, è stata la signorina di cui mi appresto a parlare nelle righe che seguiranno. Mi riferisco a quel bel carico a bastoni che risponde al nome di Lorraine Lewis. Chi?! Come chi? Lorraine Lewis! La passerona riccia che ha fatto il videoclippe dove si batteva il tempo sulla chiappa. Ahhh! Già, quella! (gli smemorati vedano il primo video a fondo articolo, please…) Un signor donnino che ha sconfinferato il popparuolo di parecchi adolescenti degli Eighties e non solo a suon di minigonne inguinali e prosperosi seni pericolosamente agitati durante le sue molteplici performances metalliche, roba che neanche alla mensa del porto di Genova si sarebbero mai immaginati. La nostra Lita Ford-wannabe si affacciò con prepotenza sulla scena cotonata degli anni ottanta -e soprattutto negli abitacoli dei camionisti di Palm Beach Sud- cavalcando ovviamente lo stile California che tanto andava di moda in quel periodo, ottenendo un discreto successo coi singoloni ‘Falling In And Out Of Love’ e ‘Waiting For The Big One’ targati Femme Fatale, più che altro per merito dei loro videoclip che, assieme a tutta l’iconografia sobria che accompagnava i nostri, mettevano in risalto le indiscutibili capacità tecniche e professionali della nostra Lorraine (l’iconografia e le grandi capacità); due pezzacci questi ultimi talmente incendiari che furono subito utilizzati a rotazione per lo spot di “Mario er porchettaro de Trastevere” che dall’88 all’89 andò in onda su TeleRomaCapoccia se non ricordo male. Fu esattamente da questo momento in poi che si posero le solide basi di una prosperosa e duratura carriera, tant’è che già dall’anno successivo iniziarono i problemi all’interno della band: mentre Lorraine, sempre attenta al sociale e ai problemi di erezione di molti californiani, voleva tentare il grande salto mostrando qualche mappata di suoi peli pubici in più, gli altri membri della band invece volevano indurire ulteriormente la loro musica dato che all’indurimento del loro gingillo ci pensava già la Lewis. E così, non riuscendo a trovare il punto d’incontro, dopo il tour britannico dell’89 che portò tanta allegria anche agli inglesi, i nostri Femme Fatale si sciolsero come sugna al sole. Ma appresa la notizia il sindacato dei camionisti di Palm Beach subito insorse, protestando sotto casa della Lewis con dei cartelli del tipo “Aridatece la gnagna” e “Abbasso il re! Viva la sorca!”. E così la Lewis, ricordiamo sempre molto attenta al sociale, commossa da cotanto ardore e disperazione decise di fare qualcosa (purtroppo solo a livello musicale) con altre due gnocche di caratura notevole, ovvero miss Roxy ‘Vixen’ Petrucci e miss Gina ‘Poison Dollys’ Stile. Ma l’operazione “Gnagna Rebirth” era troppo bella per essere vera, e così anche questo progetto ben presto si sciolse come altra sugna al sole. Quanta sugna sprecata diobò. Però l’amicizia fra la Lewis e la batteraia delle Vixen rimase comunque intatta, tant’è che attualmente le nostre due tope portano avanti il progettino Roktopuss (nomen omen diceva qualche vecchio ubriaco), assolutamente indispensabile per lo scenario musicale mondiale così come lo è l’ultimo modello di appendiabiti della Foppapedretti per la salvaguardia del totano d’acqua dolce. Parallelamente la nostra eroina porta avanti anche una sua carriera solista dopo che un suo ennesimo e inutile progetto musicale messo su col misconosciuto marito Eric Levy (bassista degli altrettanto misconosciuti Blackeyed Susan) è naufragato in malo modo; una carriera solista la sua che per restare coerentemente in tema con quanto fatto in passato si muove su territori country/pop, e che le ha permesso di registrare così lo stesso numero di copie vendute che ha fatto l’ultimo best of di Gianni Celeste nei negozi di Castelfranco Veneto. Comunque sia la nostra Lorraine s’è conservata davvero alla grande, e a tutt’oggi resta uno stacco di donna davvero di livello, ovviamente sobria e posata come sempre e ovviamente per questo, e per tante altre cose ci ha permesso di fare in bagno in tutti questi anni di onorata carriera non finiremo mai di renderle grazie. Lunga vita alla nostra Lorraine che aspettava quello grosso!

14
mag
10

Un Prophète: oui, nous pouvons!

Daniel says… Allora si può. Per davvero.

E’ possibile fare un prison-movie credibile e godibile senza cadere nei cliché telefilmici tanto cari a ‘Prison Break’. Vi dirò di più: si può fare un film di gangster senza le faccette di Johnny Depp o la regia pirotecnica di qualche vecchio trombone d’oltreoceano. Ma no che non sto scherzando. Mettiamo quindi che il vostro dvd de ‘I Soliti Sospetti‘ abbia un rapporto non protetto con la vhs cartonata di ‘Bad Boys‘ (quello dell’83 con Sean Penn): ecco, quello che ne verrebbe fuori non potrà comunque raggiungere gli apici toccati da ‘Un Prophète‘ del francese Jacques Audiard (‘Tutti i battiti del mio cuore’), il film che ha stregato Cannes, Hollywood e quei pochi, troppo pochi, che si sono presi la briga di vederlo al cinema.
L’inizio è a bruciapelo: il giovane Malik, 19 anni, entra nel carcere di Brécourt dove trascorrerà sei anni di detenzione per non si sa che cosa. Quello che si capisce al volo è che Malik c’ha quasi più rogna di tutta New Orleans: è arabo, solo come un cane, non sa né leggere né scrivere, non ha il becco di un quattrino e l’avvocato già è tanto se gli rivolge la parola. Come insegnano in ogni scuola pubblica che si rispetti, in prigione difficilmente la passi liscia se non hai qualcuno che ti guarda le spalle, e Malick questo lo scopre sulla propria pelle appena varcata la soglia del carcere di Brécourt. Siamo praticamente nella prima mezz’ora di un film che passa abbondantemente le due ore, e già ce ne sarebbe abbastanza per gridare al piccolo miracolo. Miracolo soprattutto registico, perché Audiard riesce a dipingere uno scenario carcerario più che plausibile, rappresentandolo con il rigore di chi vuole solamente raccontare una storia, una brutta storia, come direbbe il buon Lucarelli. Non c’è spazio né per le lezioncine morali dell’ultimo Ridley Scott, né per l’indulgenza di un cinema, a suo malgrado, ancora imbavagliato da troppa retorica politicamente corretta. Quello che parte come il più tipico dei drammi carcerari si trasforma così, col passare dei minuti, in un racconto in costante divenire, dove il riscatto è costruito non sul recupero della morale ma sull’imposizione violenta del potere criminale. In tutto questo emerge la crescita del giovane Malik El Djebena, da pulcino analfabeta a “profeta” poliglotta. A interpretarlo è il portentoso Tahar Rahim, affiancato da una vecchia gloria del cinema francofono come Niels Arestrup e da un nutrito gruppo di facce sconosciute ma dure come il granito. Non so voi, ma è davanti a film come questi che rivaluto, in buona parte, il contributo che può arrivare da un Di Caprio e da un redivivo De Niro. In un cinema sempre più a misura di star, fare la differenza è diventato un lavoro per pochi. Uno sporco lavoro. Ci siamo capiti, Jacques…







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Probabilmente nessuno di importante. Però potrebbe interessarvi ciò che scriviamo. Se avete i nostri gusti, magari. Ma anche se non li avete.



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