Archivio per settembre 2010

27
set
10

“Le Pop”: quando Yann Tiersen incontra la Banda Osiris. Però con la patata.

James says… Favolose. Incantevolmente eccentriche. Praticamente perfette. Queste quattro norvegesi hanno conquistato il mio cuore, non riesco a negarlo. Così irresistibilmente folli, nonché polivalenti e abilissime compositrici, quasi come se nella loro vita non avessero fatto nient’altro. Detentrici di un’ecletticità compositiva davvero fuori dal comune che abbraccia un numero smisurato di influenze musicali diverse, dalla musica folk al ragtime, dal blues al pop, facendoci assaporare atmosfere provenienti dall’est europeo così come dalla Francia, passando per gli Stati Uniti e per le loro terre d’origine. Un tripudio di suoni e colori variopinti mai caotico però, che oltre a traghettarci con disinvoltura attraverso molteplici stati d’animo, mette anche in risalto la dimestichezza che le nostre eroine hanno con l’ampia rosa di strumenti musicali a loro disposizione, e che si scambiano a vicenda durante le varie canzoni (provate a fare un giro qua per farvi un’idea). Una sorta di incrocio splendidamente riuscito fra Yann Tiersen, la Banda Osiris e la banda di paese. Ma con la patata al posto del pisello. Tante, ma davvero tante, sono le idee infilate in questo disco, e la forza delle Katzenjammer sta proprio in questo, ovvero nel non essere legate a nessun genere in particolare, spaziando in assoluta libertà e cercando di estrapolare il meglio da tutte le loro influenze. Venghino siòri venghino, c’è spazio proprio per tutti nel circo ‘Le Pop’: come già anticipato si va dal mai troppo desueto ragtime di ‘Demon Kitty Rag’, al polveroso blues di ‘Ain’t No Thing’, da ‘Virginia Clemm’ -uno dei pezzi più struggenti che i miei padiglioni auricolari abbiano mai ascoltato in tutti questi decenni di carriera musicofila-, alle marce funeree con annessi richiami operistici di ‘Der Kapitan’, più tutto il folk europeo che vi viene in mente e ovviamente gli immancabili passaggi pop ma mai troppo spregiudicati (vedi ‘Tea With Cinnamon’); mentre se volete un assaggio di cosa ha convinto il tribunale di Oslo a far internare le nostre nella clinica psichiatrica ‘San Burzum da Bergen’ provate ad ascoltare la canzone che dà il titolo al disco. Sembra una lista della spesa vero? E invece è solo parte di quanto si può trovare dentro ‘Le Pop’. L’estro è alle stelle e le nostre orecchie ringraziano. Se dopo essermi praticamente sbrodolato tessendo le lodi di queste quattro signorine nordiche ancora non avete capito bene che tipo di musica suonano, innanzitutto vi invito a visionare i video a fondo articolo e di ascoltare tutto ciò che di legale trovate su internet (non venitemi a dire poi che i Metallica vi hanno fatto causa per colpa nostra), dopodiché una volta aver finalmente preso coscienza che questo è il gruppo musicale definitivo in the world che tutta la Repubblica Galattica ci invidia, vi potete tranquillamente scapicollare giù dalle scale del vostro condominio per fiondarvi nel vostro negozio di cd di fiducia a comprare sto benedetto album. Anche se il vero spettacolo le nostre malate di mente preferite lo danno in sede live sui vari palchi che le ospitano, ma l’acquisto è obbligato lo stesso. Senza che fate tanto i furbi.

http://www.myspace.com/katzenjammerne

13
set
10

“Sigh No More”: hey mà, stirami il gilet!

James says… Vi risparmio tutto l’incipit che avevo in mente durante il quale sbrodolavo lodi nei confronti dei Mumford & Sons. Vi dico solo che -stando con i piedi ben per terra- questi quattro inglesotti per me sono stati un’illuminazione, un po’ come quando vai all’Ikea di Traversetolo e ti trovi davanti l’ultimo modello di portavasi Skörd. Ecco, l’esempio è perfetto. Passi tutta la giornata fra gli scaffali che contengono trilioni di puttanate girando a vuoto come fanno i turisti giapponesi al Colosseo, ma poi quasi per sbaglio capiti davanti all’oggetto che ti cambierà per sempre la vita. Bè, più o meno. Musicalmente parlando il loro è una sorta di ponte virtuale fra l’irish folk e quello a stelle e strisce, il tutto ammodernato con una buona dose di indie rock e una ricercatezza di base che rende la loro proposta un pelo diversa da quanto si può ascoltare in giro. Perché scavando un po’ nella palta se ne trovano di gruppi folk similari, volendo provenienti anch’essi dalla terra albionica, ma i nostri c’hanno la marcia in più. Sarà la voce rauca ma intonatissima e malleabile del buon Marcus Mumford, saranno i cori di accompagnamento impregnati di pathos esattamente quanto basta per inumidire l’occhietto, saranno le smandolinate furiose di Winston Marshall o le agrodolci e mai banali melodie che sti quattro tirano fuori con la stessa semplicità di come si tira fuori una caccola dal naso fermi al semaforo; sarà l’effetto serra, saranno le poppe di Emanuela Folliero, sarà Roberto Giacobbo che non c’ha mai capito un casso, sarà quello che volete, ma si sente proprio che i nostri sono a loro agio nello scrivere canzoni e nel miscelare gli ingredienti che le compongono. I pezzi risultano sempre freschi e ognuno ha una sua caratteristica particolare, così come notevoli sono le atmosfere più soffuse e riflessive che i nostri tratteggiano con una naturalezza disarmante. I testi per giunta non potevano che essere intimisti e poco scontati; si parla di vita, di sentimenti ricambiati o meno, di gioie e di rimpianti, di storie di tutti i giorni e di storie un po’ fuori dall’ordinario, e lo si fa sempre come se fosse un vecchio amico a parlarci. Quando ho ascoltato questo disco la prima volta ho chiuso gli occhi e m’è subito sembrato di essere in una birreria di Londra durante una giornata di pioggia, mentre sorseggiavo una pinta di bionda e osservavo attraverso i vetri appannati la gente che si lasciava trasportare dalle proprie vite, o che semplicemente affrettava il passo in cerca di un riparo. Poi ho aperto gli occhi e mi sono reso conto di abitare in un paesino di cinquemila anime ai confini fra Calabria e Basilicata, e quel giorno lì faceva pure un caldo boia. Bè, devo ammettere che l’effetto trasporto gli è perfettamente riuscito. Mi sa che alla fine anche senza l’incipit ho sbrodolato lo stesso. Ma i Mumford e Figli se lo meritano tutto, provare per credere. E poi nella musica non bisognerebbe concentrarsi sull’aspetto esteriore dei musicanti, ma i gilet e l’abbigliamento campagnolo che indossano con becera fierezza nonostante l’orda di emo alle porte delle case discografiche di tutto il mondo gli fa guadagnare una bella manciata di punti extra. Io ho appena ordinato su eBay un gilet color sporco e una camicia da boscaiolo con le toppe sui gomiti. Il pantalone che usava mio nonno per andare in campagna lo faccio mordere al cane e sono a posto. Grandi.

www.myspace.com/mumfordandsons







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Probabilmente nessuno di importante. Però potrebbe interessarvi ciò che scriviamo. Se avete i nostri gusti, magari. Ma anche se non li avete.



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