James says… Vi risparmio tutto l’incipit che avevo in mente durante il quale sbrodolavo lodi nei confronti dei Mumford & Sons. Vi dico solo che -stando con i piedi ben per terra- questi quattro inglesotti per me sono stati un’illuminazione, un po’ come quando vai all’Ikea di Traversetolo e ti trovi davanti l’ultimo modello di portavasi Skörd. Ecco, l’esempio è perfetto.
Passi tutta la giornata fra gli scaffali che contengono trilioni di puttanate girando a vuoto come fanno i turisti giapponesi al Colosseo, ma poi quasi per sbaglio capiti davanti all’oggetto che ti cambierà per sempre la vita. Bè, più o meno. Musicalmente parlando il loro è una sorta di ponte virtuale fra l’irish folk e quello a stelle e strisce, il tutto ammodernato con una buona dose di indie rock e una ricercatezza di base che rende la loro proposta un pelo diversa da quanto si può ascoltare in giro. Perché scavando un po’ nella palta se ne trovano di gruppi folk similari, volendo provenienti anch’essi dalla terra albionica, ma i nostri c’hanno la marcia in più. Sarà la voce rauca ma intonatissima e malleabile del buon Marcus Mumford, saranno i cori di accompagnamento impregnati di pathos esattamente quanto basta per inumidire l’occhietto, saranno le smandolinate furiose di Winston Marshall o le agrodolci e mai banali melodie che sti quattro tirano fuori con la stessa semplicità di come si tira fuori una caccola dal naso fermi al semaforo; sarà l’effetto serra, saranno le poppe di Emanuela Folliero, sarà Roberto Giacobbo che non c’ha mai capito un casso, sarà quello che volete, ma si sente proprio che i nostri sono a loro agio nello scrivere canzoni e nel miscelare gli ingredienti che le compongono. I pezzi risultano sempre freschi e ognuno ha una sua caratteristica particolare, così come notevoli sono le atmosfere più soffuse e riflessive che i nostri tratteggiano con una naturalezza disarmante. I testi per giunta non potevano che essere intimisti e poco scontati; si parla di vita, di sentimenti ricambiati o meno, di gioie e di rimpianti, di storie di tutti i giorni e di storie un po’ fuori dall’ordinario, e lo si fa sempre come se fosse un vecchio amico a parlarci. Quando ho ascoltato questo disco la prima volta ho chiuso gli occhi e m’è subito sembrato di essere in una birreria di Londra durante una giornata di pioggia, mentre sorseggiavo una pinta di bionda e osservavo attraverso i vetri appannati la gente che si lasciava trasportare dalle proprie vite, o che semplicemente affrettava il passo in cerca di un riparo. Poi ho aperto gli occhi e mi sono reso conto di abitare in un paesino di cinquemila anime ai confini fra Calabria e Basilicata, e quel giorno lì faceva pure un caldo boia. Bè, devo ammettere che l’effetto trasporto gli è perfettamente riuscito. Mi sa che alla fine anche senza l’incipit ho sbrodolato lo stesso. Ma i Mumford e Figli se lo meritano tutto, provare per credere. E poi nella musica non bisognerebbe concentrarsi sull’aspetto esteriore dei musicanti, ma i gilet e l’abbigliamento campagnolo che indossano con becera fierezza nonostante l’orda di emo alle porte delle case discografiche di tutto il mondo gli fa guadagnare una bella manciata di punti extra. Io ho appena ordinato su eBay un gilet color sporco e una camicia da boscaiolo con le toppe sui gomiti. Il pantalone che usava mio nonno per andare in campagna lo faccio mordere al cane e sono a posto. Grandi.
www.myspace.com/mumfordandsons



0 Risposte a ““Sigh No More”: hey mà, stirami il gilet!”