Tom says… A volte dalle pieghe di un sovraccarico lettore mp3 riemergono gemme. Non i soliti diamonds in the rust, stiamo parlando di vere e proprie gemme. Grosse come noci di cocco. Telefonare DeBeers per preventivo. Come l’ultimo Three Days Grace, per dire. E non è neanche un disco nuovo. Manco i 3DG sono un gruppo nuovo, se proprio. ‘Life Starts Now’ è un prodotto dell’anno scorso e i 3DG a curricolo con questo ci piazzano la terna. Però come al solito l’american fm rock, un po’ roghenrol, un po’ post-grunge un po’ arrampica classifiche da noi stenta, Creed e Nickelback a parte. Eggià, perché i nostri amichevoli Three Days Grace di quartiere negli States e nel loro natìo Canada sono già un nome caldino caldino, frequentemente in tour e promosso come si deve. Televendiamoli
anche da noi, no? Dunque, musicalmente li abbiamo già inquadrati, è inutile. Il problema se mai è che un paio di etichette non rendono grande giustizia ad un disco a dir poco epocale come questo. Certo, la melodia di ‘Lost In You’ gira la scena modern melodic rock da un tot, certo gli arrangiamenti furbeschi dei frangenti più duri (la spaccona ‘Bitter Taste’ o ‘The Good Life’) sono poca cosa se visti in prospettiva, certo le prestazioni individuali non sono particolarmente geniali, ma la realtà complessiva di ‘Life Starts Now’ è decisamente più ampia. E’ ampia grosso modo quanto la mia stempiatura. E dal barbiere spendo sempre meno, io. ‘Life Starts Now’ è un concentrato pauroso di singoli feroci, di orgasmi da tre minuti netti, tipo per dire il primo singolo ‘Break’ che strutturalmente rasenta la perfezione. ‘Life Starts Now’ è un greatest hits di puro rock da combattimento, bullo a sufficienza da diventare il re della festa ma anche profondo quanto serve da abbassarsi le luci, silenziare i watt e rivestirsi di orchestrale (giusto una: ‘Last To Know’). In poche parole il nuovo parto dei Three Days Grace è semplicemente enorme. Un diamante è per sempre. Come dice DeBeers.
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Dopo una esauriente diesamina dell’edizione 2010, facciamo un passo indietro nel tempo per vedere le proposte dell’After Dark Festival 2009, altre otto pellicole di genere thriller/horror. Per chi ancora non sapesse di cosa stiamo parlando, prego leggere qui.
Tom says… Che ficata. ‘Autopsy’ è l’opera prima alla regia di Adam Gierasch, ufficialmente esploso con il folle remake di ‘Night Of The Demons’ presentato alcuni mesi fa e che un po’ tutti attendiamo in dvd. Il nostro, oltre a dirigere, è da un po’ nel giro giusto avendo scritto film per Tobe Hooper, Argento e altri ancora (e oltre a questo è pure attore comprimario qua e là). Tutto questo per dire che Gierasch è uno molto attivo in questi anni. No, non è un genio e molte delle sue sceneggiature non sono solidissime, ma è di sicuro innegabile che il nostro abbia talento per il genere. ‘Autopsy’ lo conferma pienamente: è il film più genuinamente visionario in campo horror/gore da
qualche anno a questa parte. La trama è veramente da sottobicchiere della birra: incidente stradale, clinica isolata, gruppo di giovani carne da macello sottoposti ai bizzarri esperimenti di una sinistra equipe medica. Tutto il resto è bassa, bassissima macelleria. Ma con gusto. Primo: la messa in scena è straordinaria. Grazie ad una fotografia azzeccatissima, a luci coloratissime e a scenografie adeguate, il Mercy Hospital dove si aggirano i nostri è pressoché già culto: sinistro ma realistico. Secondo: la trama è quello che è, e ce ne accorgiamo subito. Un par di machecazzo bussano alla porta qua e là e c’è un elemento soprannaturale ogni tanto che non si capisce granché bene a cosa serva. Terzo: nonostante questo, il film è spettacoloso; per un motivo semplice: l’immaginazione di Gierasch è fenomenale. Immaginate Herschell Gordon Lewis, Stuart Gordon e Brian Yuzna. Gore inventivo, umoristico e sorprendente. Quarto: Jason ‘T1000’ Patrick è gigantesco nel suo ruolo di medico folle e si candida al miglior medico pazzo dai tempi di Jeffrey Combs. Quinto: Gierasch non è tutto sano. Di porcherie ne ho viste tante, ma di coreografie gore precise e puntuali come queste gran poche. Andiamo oltre all’eccesso di Gordon Lewis, andiamo oltre alle bizzarrie compositive di Yuzna e Gordon. Siamo in un territorio dove le parti del corpo, smembrate e sezionate tornano ad essere protagoniste in composizioni dal chiaro gusto artistico. E’ un carnevale della follia da sala operatoria, ‘Autopsy’, una serie di scenette progressive legate da un filo spesso troppo sottile. Il talento di Gierasch però riesce a tenerle insieme quanto basta e a servirci un piatto gustosissimo. Se volete pote considerarlo il Re-animator che non è mai stato prodotto. Ci vuole gran poco.
…Ovvero tutto ciò che la vostra ragazza non vedrà mai perché si sta coprendo gli occhi. Direttamente proporzionale a quello che dopo non vedrete voi in caso questo sia un film brutto!
Ah, ‘Autopsy’ nonostante non sfrutti ambienti sudici, fotografia livida e messa in scena pseudo-snuff di roba ne ha da vendere. Ci sono un paio di sequenze tutte intestate alla macellazione più pura, un tentativo di trapanazione in testa live con soggetto cosciente, carrettini pieni di braccia e gambe e perfino una meravigliosa esposizione ordinata di tutti gli organi interni! Yummi!
Nell’ultima settimana circa vi abbiamo presentato gli otto film del recente After Dark edizione 2010. A parte il fatto che ‘sta idea che mi è venuta ha scoperchiato un vaso di pandora, visto che adesso ho in mente di proporre le pellicole delle scorse edizioni, ecco un post riassuntivo collegato agli otto film di quest’anno.
Cosa vale la pena vedere? Sicuramente Lake Mungo e Dread, mentre risultano godibili ma non completamente riusciti The Hidden, Zombies Of Mass Destruction e The Final, mediocri invece The Reeds, Kill Theory e The Graves. Cliccate sui poster per accedere alle recensioni nel dettaglio. Per la prossima sfornata di After Dark, prima del 2011, guardare attentamente qui. Ci si rivede in autunno, a quanto sembra…
Tom says… Martin Campbell non se lo fila mai nessuno. Cioè, non è che nessuno gli dia lavoro: è che non lo vedi mai sulle copertine giuste, o ai galà giusti. O con in mano i premi giusti. E anche in caso vinca qualcosa, non se lo fila nessuno lo stesso. Al cinefilo non si riempie la bocca dire: “We, ho visto l’ultimo di Martin Campbell”. Se mai può dire di aver visto “l’ultimo 007” (uno e due), “Zorro” con Banderas (uno e due), o “quel film là sui ghiacciai con quello che faceva Robin nei Batman quelli brutti”. Insomma, Martin Campbell non è uno che ci mette la faccia di solito, e finiscono per mettercela gli attori. E allora ripensandoci su ‘Casino Royale’ ha rivitalizzato il nome della saga di 007 e Daniel Craig a Campbell gli deve mandare qualcosa a Natale finché campa; il primo ‘Zorro’ con Banderas sarà pure deriso ma il suo sporco lavoro al botteghino lo ha fatto. E pure bene. Insomma, Campbell è uno che il suo mestiere è in grado di farlo e come unico difetto ha avuto spesso sceneggiature non propriamente di ferro. ‘Edge
Of Darkness’ (qui da noi ‘Fuori Controllo’) è un poliziesco con Mel Gibson ripreso da una miniserie per la tv britannica degli anni 80, tutta scritta e diretta da Campbell. No, non c’è Danny Glover. E nemmeno Gary Busey. Però dai primi dieci minuti ti aspetti che saltino fuori da ogni angolo, perché Martin Campbell, con la complicità di un Mel Gibson decisamente asciutto e in parte, dirige come si faceva una volta. Anche prima degli anni Ottanta. Dai primi minuti e dal botto della prima sparatoria ti aspetti che si corra, ci si scazzotti e si disinneschino bombe come se non ci fosse un domani per un’ora e mezza. Invece tutto il film è l’investigazione/vendetta di un Mel Gibson padre e poliziotto. Al Mel gli hanno sparato la figlia davanti casa, in un mare di sangue brillantante. E allora decide che è il caso di capire. Scribacchia sugli appunti, ricostruisce, ogni tanto sbrocca e pesta qualcuno. Il ritmo c’è, si impenna ogni tanto quando a Craven/Gibson brilla la pupilla. Senza pathos, senza effettoni. Ma son dolori uguale. E volendo c’è pure Ray Winstone, agente di chissà quale agenza governativa agli ordini di se stesso in un ruolo da ricordare per arguzia, ironia e battutoni. A questo punto, se ripenso a dove è andato il poliziesco nell’anno 2010, mi rendo conto degli anni luce che ci sono fra, che ne so, un Mann e un Campbell. Per limitarci a parlare di un modello alternativo che funziona, perché se mi incammino verso questo o questo mi viene un po’ da piangere per come sarebbe ancora facile fare bei film polizieschi. Perché in ‘Edge Of Darkness’ tutto è nitido, lineare, semplice: i cazzotti si danno fronte camera, le pistolettate in faccia, i cattivi sono proprio cattivi, i poliziotti se sono buoni li vedi da lontano manco avessero l’alone dell’hiv e in caso siano cattivi non hanno nemmeno il fegato di guardarti in faccia quando ti tradiscono. La telecamera non è attaccata ad un frullatore, la camera di post-produzione l’hanno vista sì e no cinque minuti, non ci sono metaforoni e citazioni. Il mondo di Campbell è fermo ad un tot di anni fa e Mel Gibson ci sguazza: pettinato, rasato, ben
vestito riesce ad essere composto sia quando è in fin di vita che quando dispensa pizze in faccia, filosofia esistenziale e pistolettate. Quindi, nonostante il modello sia antiquato non aspettatevi né la follia di Martin Riggs né la disillusione di Porter. Aspettatevi un poliziesco asciutto, ben diretto (né effettato né stiloso), decentemente scritto e con un paio di sequenze di ammazzamenti da sicuro effetto nostalgia. E’ talmente liscio ‘Edge Of Darkness’ che ho capito benissimo perché in giro non è piaciuto. Semplicemente non è più un film di questi anni, ma di bellezza per uno che ama il genere ne ha. Bellezza che chiameremo caramente palle. Quadrate. Le cose semplici, ben fatte che funzionano ancora. Ovviamente in mano a chi è in grado di farle. High five, Martin.
Passiamo in rassegna le otto proposte annuali dell’After Dark, concentrandoci sulle novità 2010, uscite da pochissimo sul mercato DVD. Per chi non conoscesse l’After Dark Festival, prego leggere qui. Non è che siano tutte gemme, però val la pena controllare ogni anno cosa salta fuori dalle loro parti…
Tom says… Ma pensa. ‘Kill Theory’ mostra orgoglioso la sua tagline che dice più o meno “in fondo siamo tutti brutta gente”. La solita festa nel cottage, in questo caso villa lussuosa sul lago, si trasforma in un gioco al massacro quando un killer ordina al gruppo di ragazzi di cominciare ad ammazzarsi tra di loro, se almeno uno vuole sopravvivere. Tempo concesso, qualche ora della notte. Dunque, standard slasher con inclinazione self-service. Carino come tutti abbocchino e dopo un paio di tentativi di fuga blandissimi accettino il loro destino.
Così salta fuori il ciccione laido colpito dalla sindrome di Palla Di Lardo, la troietta sessomane, la bella squilibrata infelice, l’eroe, il fetido opportunista. E giù di mazzate in faccia grazie alle solite pistole che passano di mano tramite drammatici cambi di equilibrio. Amici un par de balle, come direbbe quella buonanima di mio zio. L’idea alla base di ‘Kill Theory’ non è tanto male, bisogna ammetterlo, però è a mio modestissimo parere, svolta in maniera dozzinale. Siamo di fronte al solito cliché dei teenagers infoiati, odiosi e francamente idioti. Aleggia un gigantesco machecazzo su tutto: i teenagers sono almeno otto (vi prego non fatemelo rivedere per controllare di preciso) e nessuno vuole organizzare un benché minimo piano di resistenza contro UN solo killer che si dichiara tale. Il tempo concesso sono tre quattro ore. Panico in galleria e conseguente svolgimento della trama. Non stiamo parlando dell’enigmista e di trappoloni fuori di testa: il nostro maniaco più di qualche tagliola, un video minatorio e un po’ di stalking non è che abbia progettato, eh. Eppure, tutto si svolge come da sceneggiatura anche in maniera abbastanza rapida e si impenna un po’ nel pre-finale quando si vedranno i vincitori del contest “fight-for-your-life”. E’ vero, in fondo siamo tutti brutta gente. Soprattutto quando vogliamo far passare uno slasher per qualcosa che non è.
…Ovvero tutto ciò che la vostra ragazza non vedrà mai perché si sta coprendo gli occhi. Direttamente proporzionale a quello che dopo non vedrete voi in caso questo sia un film brutto!
Attizzatoio in occhio, tagliolone per orsacchiotti, tizi sparati. Ordinaria amministrazione, dai. Suspense al minimo sindacale.
Tom says… L’avevo quasi scampata. Ce l’avevo quasi fatta a non vedere questa nuova versione di ‘Alice In Wonderland’. Poi, quasi alla fine della programmazione, complice anche una sala 3D ormai praticamente semi-deserta, ho capitolato. Effettivamente c’è da dire che questa non è una nuova versione, mettiamo le mani avanti. Quello che Tim Burton e Linda Woolverton hanno voluto realizzare è una possibile terza avventura di Alice nel Paese delle Meraviglie (Wonderland) o nel Sottomondo (Underland) o a Cinisello Balsamo (Interland). Quella roba lì, insomma, dietro lo specchio, giù dal buco o fuori dalla tangenziale. Da quanto letto in giro, Burton si è votato al riprendere lo spirito dei due libri originali, alcuni personaggi chiave e realizzare qualcosa di visionario sullo stile di Lewis Carroll, matematico forse un po’ pederasta (ma questa è tutta un’altra storia). Allora: Johnny Depp ce l’ho, alberi e rami
contorti ce l’ho, sorrisoni ambigui ce l’ho, Helena Bonham Carter ce l’ho, creature fiabesco-sinistre doppia. Alice adesso ha una ventina di anni, sono 13 anni che non si trippa più nel mondo del coniglio e ci rientra in corsa in occasione della scelta di vita della maturità, la proposta di matrimonio. In questo lo spirito di Carroll non è minimamente intaccato visto che sarà mezzo secolo buono che si riconoscono nell’opera del nostro le tematiche della crescita, della morte che attende, di una spensieratezza infantile che si prende a pizze in faccia con la dura realtà della logica della vita reale e del destino che in qualche modo ci guida. Il problema è un altro magari: che di sottointendimenti di tipo amoroso sessuale in Carroll non se ne è mai parlato, a meno che non siate dalla parte di quelli che interpretano il bruco blu che fuma come simbolo fallico, ma in quel caso vi viene una pacca sulla spalla e la mia sincera empatia. Che brava gente, che siete. Si diceva: bambini versus adulti, fantasia versus realtà, nonsense versus logica. Bene. Alice torna dall’allegra brigata, scopre che il Sottomondo è tiranneggiato dalla solita Regina Rossa e si ritrova a dover compiere la profezia di uccidere il Jabberwocky (portate pazienza, ma non mi ricordo la traduzione italiana e adesso mi viene solo Sfrangiapalle, ma quello di sicuro non era). Lei ovviamente cincischia, matura, ci ripensa, rivaluta il proprio ruolo, prende la spada, si mette l’armatura e bam, stacca la testa al dragone. In una piana fatta a scacchiera in cui nel frattempo l’esercito della regina Bianca (una burrosissima e autoironica Anne Hathaway) si scontra con quello della Regina Rossa (una straordinaria Helena Bonham-Carter), dove il cappellaio matto (Johnny Depp, arancio-crinito) brandisce la spada contro il fante di cuori (Crispin Glover, altro ruolo molto ben riuscito che conferma che i cattivi stravincono). Ecco. Sentito quel rumore? Era Lewis Carroll, ha telefonato perché rivuole indietro il suo libro. Visivamente ‘Alice In Wonderland’ 2D e mezzo (girato in due d, convertito in tre d = carino ma non furiosamente
necessario) funziona, eh, grazie al talento di Tim che noi ben tutti conosciamo. Anche se stavolta, con così tanti precedenti, la visionarietà si inchina o ai modelli classici quasi standard (il film della Disney su tutti resta il benchmark) o a dei recenti concorrenti (Guillermo DelToro e Peter Jackson). Perché ormai Tim Burton non è più la sorpresina di Hollywood e dopo di lui è ormai arrivato qualcuno con delle idee precise in testa. Il problema in ogni caso se mai è un altro: complimenti a Linda Woolverton, però qua a conti fatti siamo di fronte ad una specie di ‘Narnia’ meets ‘Lord Of The Rings’ meets ‘Jeanne D’Arc’ meets ‘Il Labirinto Di Pan’. La parte finale, con battaglia, armate e spadoni è Lewis Carroll quanto io sono amante dei film mumblecore. Fa gran specie, perciò. Vero che il celebre disegno bla bla del poema Jabberwocky vedeva la bambina bla bla con la spada bla bla, vero che c’è un mostro da sconfiggere, però fa specie lo stesso vedere Mia Wasilowska arrivare su cavalcatura con l’armatura scintillante dopo che ha cercato di recuperare per mezzo film una spada magica. Allo stesso modo, fa un po’ specie vedere il Cappellaio matto innamorato perso tanto quanto il Fante di Cuori attivarsi per fare un po’ di stalking. Per Alice siamo al confine con maturità e matrimonio e la “liberazione” sessuale è alle porte, non è che si può campar tutta la vita coi leprotti isterici però questa nuova versione un po’ specie ti fa. Non perché cinematograficamente non funzioni e nemmeno perché si abbia la tessera del Partito Purista Carrolliano. Semplicemente perché una narrazione di questo tipo è strana e pure un po’ ingombrante.
Tom says… Su-Chang Kong ci ha riprovato. Dopo il successo (a quanto ho capito in patria sostanziale, all’estero moderato) di ‘R-Point’ il nostro riscrive un military-horror-drama stavolta ambientato ai giorni nostri. Ecco quindi ‘GP-506′, internazionalizzato con ‘The Guard Post’ per non sembrare un modello nuovo della Peugeot. Base militare al confine con la Corea Del Nord, cemento, noia, bunker e fastidio. Muoiono tutti ammazzati a parte uno che viene ritrovato coperto di sangue con un’accetta. Ufficiale di mezza età paterno e razionale viene mandato ad investigare, poiché di mezzo c’è il
figlio di un generale. Si scopre nell’ordine: che non proprio tutti sono morti; che forse ci sono i fantasmi; che forse no, non ci sono i fantasmi; che forse c’è un virus contagiosissimo che fa crescere le bolle; che c’è un tizio che viene sorpreso a mangiarsi un cane; che c’è uno che gli si stacca un braccio e va in giro così, autocauterizzato; che pure stavolta i coreani in divisa sono tutti uguali e non si riesce mai a distinguerli; che al terzo scontro a fucili spianati tipo ‘Le Iene’ mi sono sfrangiato i maroni. Narrativamente migliore del predecessore ‘R-Point’, ma lungo uguale (due ore secche anche stavolta, troppo) il film è costruito quasi in unità di tempo e luogo: una notte in una base militare isolata. Un po’ di varietà è data comunque da un doppio filo narrativo, che fa progredire la storia nelle due notti parallele, ricostruendo l’antefatto a mano a mano che l’investigazione procede (e la tragedia si sviluppa). Le similitudini con ‘R-Point’ sono diverse: una parte del cast, diverse sequenze di paranoia collettiva a fucili spianati e qualche ammiccamento volontario del regista (nel racconto di un testimone compare un fantasma praticamente identico a quelli del Vietnam del film del 2004, per poi rivelarsi una storia inventata). Infinitamente più gory di ‘R-Point’ ‘The Guard Post’ fa bella mostra di arti staccati, pozze di sangue abbondanti, bolle e pustole e dal nulla della prima parte diventa pesantemente gory nella seconda. Virus letali, paranoia e uniformi, con un latente e continuo sospetto di complotto e paranormale. E poi si mangiano pure il cane, dai. Un film in cui si mangiano il cane è per principio già bello. Ok, basta. Difetti? Due. I coreani sono tutti uguali e la sceneggiatura poteva togliersi di torno almeno venti minuti buoni.
…Ovvero tutto ciò che la vostra ragazza non vedrà mai perché si sta coprendo gli occhi. Direttamente proporzionale a quello che dopo non vedrete voi in caso questo sia un film brutto!
Pustole, bolle, pus, sangue e simpatia. Non a profusione, ma simpaticamente tanto. Siete stati avvertiti. Ci mette un po’ a carburare, ‘The Guard Post’, ma è come Natale… quando arriva arriva.















