Robert says… “The Road” di John Hillcoat non potete averlo visto al cinema, a meno
che non siate uno di quei cinemaniaci che prendono le ferie in corrispondenza del Festival di Venezia, dove il film è stato presentato in anteprima. Qualche settimana fa i quotidiani riportavano anzi la notizia che il film non sarebbe mai stato distribuito in Italia perché – cito – “troppo deprimente”. Ora, di cose deprimenti in Italia ce ne sono talmente tante che dubito basti un film per darci il colpo di grazia (a meno che non ci capiti per sbaglio di finire in una sala dove proiettano “Amore 14” di Moccia, questo è ovvio), tuttavia l’attesa italiana per “The Road” pare durerà ancora a lungo.
Dopo avere letto “La strada” di Cormac McCarthy (ma in fondo già mentre lo leggevo) mi domandavo quanto ci sarebbe voluto a trasformare quella vicenda in un film. In effetti McCarthy (l’autore di “Non è un paese per vecchi”, uno dei più grandi scrittori americani del Novecento) è arrivato nei suoi ultimi romanzi ad una essenzialità che può assomigliare molto ad una sceneggiatura per il cinema. E “La strada” è uno di quei libri che devi finire per forza in una notte, e che una volta terminata l’ultima pagina lasci a fatica sul comodino, e magari hai bisogno di uscire a prendere una boccata d’aria per riprenderti.
Dopo avere visto “The Road” mi sono domandato se in fondo valesse la pena di trarre un film dal romanzo di McCarthy. E mi sono dato la stessa risposta che hanno biascicato i critici che l’hanno visto a Venezia mesi fa. Sì, mesi fa, ormai… Insomma, mi metto nei panni di un distributore cinematografico che deve piazzare un prodotto simile nelle sale italiane e si figura il pubblico pagante con la mano piena di popcorn sospesa a mezz’aria e lo stomaco che si chiude davanti alla pura disperazione della storia che gli scorre davanti.
“The road” racconta una vicenda breve e facilmente riassumibile, che potenzialmente è un plot cinematografico perfetto, roba da blockbuster, ma al contempo non lo è. Abbiamo un padre (Viggo Mortensen, barbuto e allucinato, bravissimo!) e un figlio di otto-nove anni. Siamo negli Stati Uniti, ma deve essere successa una qualche catastrofe (nucleare?) che ha sterminato quasi ogni forma vivente, riempie il cielo di una pioggia costante e fa cadere gli alberi a poco a poco come implodessero dall’interno. Il padre e il figlio trascinano un carrello della spesa in questo paesaggio grigio e inospitale alla ricerca del poco cibo (scatolette) rimasto. La meta è il mare (ma nemmeno loro sanno perché). La loro unica sicurezza – contro gli altri pochi umani trasformati in predoni e cannibali, ma anche contro la propria disperazione – è una pistola con due colpi nel caricatore. Tutto qua.
Di film sul genere “day after” ne avrete visti diversi, quindi la vicenda non è marcatamente originale. Stephen King ci ha costruito uno dei suoi romanzi più riusciti (“L’ombra dello scorpione”; c’è anche una versione tv-movie non all’altezza). Il cinema d’azione ci ha ricamato su con grande gusto (e risultati alterni) dai tempi in cui il buon Mel Gibson non era ancora un pazzo papista convertito e si divertiva a scorrazzare per il deserto australiano a caccia di benzina (ah che nostalgia!), fino alle derive spettacolar-ecologiste di Wolfgang Petersen. Senza contare poi le variazioni horror di cui il nostro Tom Sizemore Araya potrebbe senz’altro presentarvi una retrospettiva in sedici episodi (io alzo le mani). L’australiano John Hillcoat (già regista del western atipico “La proposta”, che consiglio) si è trovato tra le mani una storia che il “day after” lo sfrutta solo come elemento di partenza e contorno (perché si è arrivati a questa situazione? McCarthy non lo dice proprio, non è questo il punto evidentemente), ed è più che altro uno scabro apologo sul rapporto tra un padre e l’unico figlio a cui sta insegnando a sopravvivere (lo scrittore texano non è un reazionario né uno incline al patetico, ma è uno che crede nei “valori”, che divide “good guys” e “bad guys”, e il finale del film/libro ve lo confermerà). La scelta Hillcoat che ha fatto è stata quella di aderire come una fotocopia al romanzo, cercando di tradurre in immagini la cupa disperazione che pervade il romanzo: ecco allora che una patina grigia avvolge ogni paesaggio, ricostruito con una sapienza indiscutibile ma, alla lunga, totalmente piatta. E piatta rischia anche di diventare la vicenda, visto che non c’è in verità – nell’ora e mezza di film – nessun momento di reale e tangibile suspence, come se allo spettatore fosse stato impossibile fin dall’inizio prendere le parti dei due protagonisti e soffrire per loro. Insomma, tutto visivamente perfetto (McCarthy ne sarebbe soddisfatto), ma il meccanismo ha qualcosa che non funziona, il che mi suggerirebbe qualche riflessione sull’impossibilità di trasporre ogni romanzo al cinema, ma non so dove finirei e ve la risparmio. E, a proposito, nell’appiattimento generale finisce pure la musica, scritta da Nick Cave e dal sodale Warren Ellis (quello dei Dirty Three, per gli amanti dell’indie più indie), talmente minimalista e raffinata che non ci si accorge nemmeno che ci sia.
Alla fine dei giochi, a sei mesi di distanza dalla presentazione del film, le sale italiane non hanno ancora visto “The road”: il distributore di cui sopra, al pensiero di tutto quel popcorn sprecato, ha optato per qualche commediola con Jennifer Aniston o Adam Sandler, oppure per qualche action adrenalinico con angeli sterminatori o simili. E pure gli spettatori americani, quegli inguaribili ottimisti, si sono talmente depressi al solo pensiero che per la prima volta nella storia il numero di chi ha letto il libro supera quello di chi ha visto il film. Voi invece, che siete più intelligenti, fate la cosa più astuta: leggete il romanzo, procuratevi il film (uscirà quest’estate in contemporanea col cinecocomero, non preoccupatevi), e fatevi un’idea vostra. Io intanto, quasi quasi, vado a togliere “La strada” dallo scaffale e lo rileggo. Quello – è un dato oggettivo – è un capolavoro. Ed è terribilmente deprimente…












