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14
mag
10

Un Prophète: oui, nous pouvons!

Daniel says… Allora si può. Per davvero.

E’ possibile fare un prison-movie credibile e godibile senza cadere nei cliché telefilmici tanto cari a ‘Prison Break’. Vi dirò di più: si può fare un film di gangster senza le faccette di Johnny Depp o la regia pirotecnica di qualche vecchio trombone d’oltreoceano. Ma no che non sto scherzando. Mettiamo quindi che il vostro dvd de ‘I Soliti Sospetti‘ abbia un rapporto non protetto con la vhs cartonata di ‘Bad Boys‘ (quello dell’83 con Sean Penn): ecco, quello che ne verrebbe fuori non potrà comunque raggiungere gli apici toccati da ‘Un Prophète‘ del francese Jacques Audiard (‘Tutti i battiti del mio cuore’), il film che ha stregato Cannes, Hollywood e quei pochi, troppo pochi, che si sono presi la briga di vederlo al cinema.
L’inizio è a bruciapelo: il giovane Malik, 19 anni, entra nel carcere di Brécourt dove trascorrerà sei anni di detenzione per non si sa che cosa. Quello che si capisce al volo è che Malik c’ha quasi più rogna di tutta New Orleans: è arabo, solo come un cane, non sa né leggere né scrivere, non ha il becco di un quattrino e l’avvocato già è tanto se gli rivolge la parola. Come insegnano in ogni scuola pubblica che si rispetti, in prigione difficilmente la passi liscia se non hai qualcuno che ti guarda le spalle, e Malick questo lo scopre sulla propria pelle appena varcata la soglia del carcere di Brécourt. Siamo praticamente nella prima mezz’ora di un film che passa abbondantemente le due ore, e già ce ne sarebbe abbastanza per gridare al piccolo miracolo. Miracolo soprattutto registico, perché Audiard riesce a dipingere uno scenario carcerario più che plausibile, rappresentandolo con il rigore di chi vuole solamente raccontare una storia, una brutta storia, come direbbe il buon Lucarelli. Non c’è spazio né per le lezioncine morali dell’ultimo Ridley Scott, né per l’indulgenza di un cinema, a suo malgrado, ancora imbavagliato da troppa retorica politicamente corretta. Quello che parte come il più tipico dei drammi carcerari si trasforma così, col passare dei minuti, in un racconto in costante divenire, dove il riscatto è costruito non sul recupero della morale ma sull’imposizione violenta del potere criminale. In tutto questo emerge la crescita del giovane Malik El Djebena, da pulcino analfabeta a “profeta” poliglotta. A interpretarlo è il portentoso Tahar Rahim, affiancato da una vecchia gloria del cinema francofono come Niels Arestrup e da un nutrito gruppo di facce sconosciute ma dure come il granito. Non so voi, ma è davanti a film come questi che rivaluto, in buona parte, il contributo che può arrivare da un Di Caprio e da un redivivo De Niro. In un cinema sempre più a misura di star, fare la differenza è diventato un lavoro per pochi. Uno sporco lavoro. Ci siamo capiti, Jacques…

06
apr
10

“Trespassers”: suicidal-pop from Denmark. Ma col sorriso sulle labbra.

Daniel says… “C’è del marcio in Danimarca”: mai citazione fu più appropriata. Parliamo infatti dell’ultimo studio-album dei Kashmir, l’autorevole risposta danese al rock melanconico portato in auge dai Coldplay e dall’immenso stuolo di imitatori che la band britannica si porta appresso. Il marcio dove sta? Guardando le diverse riprese live che è possibile trovare su YouTube, ci si rende facilmente conto di una paio di cose. Primo: i Kashmir, a casa loro, sono un nome che fa piuttosto tendenza, un po’ come da noi la fanno gli erotomani della De Filippi (lo stesso abisso che separa i Vanzina da Lars Von Trier). Poi c’è la parte saliente di tutta la “questione Kashmir”: perché se è vero che i nostri,  in alcuni frangenti, fanno di tutto per assomigliare ai migliori Coldplay, sfido io il buon Chris Martin a fare un video come questo e ad uscirne senza una denuncia per istigazione al suicidio. E meno male che siamo nel 2010 di ‘Trespassers’, disco che bene o male comincia a prendere le distanze dai ritmi da flebo e dalle sonorità semi-acustiche che hanno caratterizzato i Kashmir negli ultimi dieci anni, perlomeno fino all’ultimo lavoro in studio del 2005 ‘No Balance Palace’. ‘Trespassers’, da un punto di vista strettamente musicale, segna quindi un nuovo inizio per il quartetto danese: l’elettronica è finalmente sfruttata a 360 gradi (‘Intruder’), le ritmiche cominciano ad assumere una forma propria e piuttosto quadrata, sull’onda del successo degli Editors, e poi vabbeh, il songwriting monumentale di Kasper Eistrup e soci tende ancora una volta a diradare tutte le ombre che potrebbero avvicinarsi all’universo Kashmir. Non è un caso se il lento ‘Bewildered In The City’ sfiora i massimi storici del suo genere (chi ha detto ‘The Scientist’?) e se, subito dopo, con ‘Pursuit of Misery’, i nostri scrivono un ritornello che si divora tutto l’ultimo Coldplay in un sol boccone. Tra una cosa e l’altra, quasi dimenticavo i due singoli (‘Mouthful Of Wasps’, ‘Still Boy’), che tanto brutti non sono, e un altro paio di passaggi da applausi che lascio alla vostra buona volontà. Non basta? Allora per la serie “facciamoci del male”, in Danimarca vanno forte anche i Saybia, ennesimo caso patologico a supporto della battuta con la quale ho aperto questo mio sproloquio.

www.myspace.com/kashmiryeah

15
mar
10

Oscar 2010: cronache marziane direttamente dal Kodak Theatre, Los Angeles

Daniel says… Un’immagine, a volte, vale più di mille parole.

Quel che resta di questi Oscar 2010 è sicuramente il trionfo di Kathryn Bigelow su James Cameron. Lei, splendida action-girl alla soglia dei sessanta, contro lui, il celebratissimo ex-marito, che con ‘Avatar’ ha dato un’ulteriore scossa a tutto ciò che gira attorno alla nostra settima arte preferita. La scelta dell’Academy ai più è sembrata giustificata in buona parte da ragioni politiche: il cinema vero contro il cinema del 3D. Chi ha ragione? Ognuno è libero di pensarla come crede. Io, per una volta, mi schiero con i seimila fantomatici membri dell’accademia. Anche perché ‘The Hurt Locker’, gira e rigira, è pure un gran bel film, ma su questo ci ritorneremo tra un po’.

Non più cinque film a contendersi la statuetta come miglior film, bensì dieci. E’ questa l’unica, intrigante novità di questo 2010. Peccato solo che il livello dei film non sia all’altezza di cotanta abbondanza. Tolti ‘Avatar’, ‘The Hurt Locker’, Tarantino e le belle nominations di ‘Precious’ e ‘Up’ (prima volta di un film d’animazione in questa categoria), il resto puzza di riempitivo in modo quasi fastidioso. Concediamo il beneficio del dubbio ad ‘Up In The Air’, anche se Jason Reitman ha fatto di meglio (sia ‘Thank You For Smoking’ che ‘Juno’ avevano una marcia in più). ‘District 9′ è sì un piccolo miracolo low-budget, ma non è da ritenersi una candidatura autorevole, per non parlare di ‘The Blind Side’, ‘A Serious Man’ degli onnipresenti Cohen, e del british ‘An Education’, prima sceneggiatura del romanziere Nick Hornby (già autore di ‘Altà Fedeltà’), buona pellicola falcidiata da un finale frettoloso e incredibilmente inadeguato. Ritorniamo a parlare del dominatore assoluto della serata: ‘The Hurt Locker’ è sicuramente un gran film di regia e montaggio, grazie al quale abbiamo scoperto un attorone come Jeremy Renner, uno da tenere d’occhio con la lente d’ingrandimento, d’ora in poi. Dei sei oscar vinti, quello che ha fatto più discutere è l’oscar alla sceneggiatura originale. Premio che è da ritenersi indirizzato alla genesi di un soggetto che il buon Mark Boal (attuale compagno della Bigelow) ha sviluppato negli anni, seguendo una squadra di artificieri in Iraq e pubblicando, in seguito, il reportage su Playboy. Vista sotto questo aspetto, la cosa assume un minimo di significato. Tarantino meritava il riconoscimento dorato più di ogni altro, questo rimane un dato di fatto.

Tutto come previsto per i premi ai migliori attori. Premiata la carriera del bistrattato Jeff Bridges, cantante country decaduto in ‘Crazy Heart’. Ironia della sorte, per un ruolo speculare a questo, il “wrestler” Mickey Rourke l’anno scorso si è visto scippare la tanto agognata statuetta da Sean Penn. Ruoli borderline premiati anche nelle fila dei non-protagonisti, grazie alla straordinaria prova di Mo’Nique in ‘Precious’ e al nazistissimo Christoph Waltz, l’irresistibile colonnello Hans Landa di ‘Bastardi Senza Gloria’, ruolo che ha portato l’attore austriaco alle luci della ribalta dopo una carriera a dir poco anonima (attenzione, lo rivedremo presto nel nuovo film di Gondry, ‘The Green Hornet’). Discorso a parte merita la cenerentola Sandra Bullock: 46 anni, prima nomination e primo oscar per il suo personaggio higher-than-life in ‘The Blind Side’. Fan e detrattori si sono dati battaglia in rete e sui maggiori giornali, lasciando alla bella Sandra gli onori della scena a discapito della clamorosa outsider Gabourey Sidibe.

Parliamo infine della cerimonia: la conduzione “ciovane” di Hugh Jackman dello scorso anno ha lasciato strascichi piuttosto imbarazzanti, ed infatti l’Academy è tornata ad affidarsi all’intramontabile Steve Martin, accompagnato per l’occasione da un baldanzoso Alec Baldwin. A parte qualche bella frecciatina lanciata ai danni di George Clooney e Meryl Streep, rimpiango ancora oggi la conduzione tutto pepe della straordinaria Ellen DeGeneres (era l’anno di ‘The Departed’). Citazione di merito per lo sketch di Ben Stiller in versione avatar, per il tributo a John Hughes (con Ferris Bueller, Macaulay Culkin e tutti gli altri) e gli oscar alla carriera a Lauren Bacall e Roger Corman. Il resto è stato di una noia quasi mortale: monologhi interminabili, gag che a stento riescono a strapparti un mezzo sorriso, il tutto condito da una miriade di filmati introduttivi davvero poco efficaci e da una competizione che, come ho avuto modo di introdurvi, è stata davvero poca cosa. Tolta la sorpresona del miglior film straniero e il rodeo tra gli ex-coniugi più chiacchierati d’America, è andato tutto come da programma. Pure troppo.

07
mar
10

“Bright Nights Dark Days”: non il solito post-grunge. Come la Marisa ben sa.

Daniel says… Parliamo dei Cavo, da  St. Louis, Missouri. Bel nome, eh? Fa lo stesso effetto del Guttalax, ma non lasciatevi ingannare. I nostri fanno sul serio, tremendamente sul serio. Gli americani lo chiamano “post-grunge”, infilandoci in questo nebuloso calderone, gente che se si incontra per sbaglio, il più delle volte tende a girare lo sguardo dall’altra parte. Anche perché diciamolo, dai 30 Seconds To Mars (pre-Mtv) ai Godsmack, ce ne passa. ‘Bright Nights Dark Days’ dove lo collochiamo allora? A questo punto azzarderei un incesto senza protezioni che vede coinvolte le distorsioni hard-rock dei Buckcherry e le melodie dei migliori Creed. Un concentrato esplosivo, valorizzato dal lavoro alla console di un certo David Bendeth, uno che ha già messo le mani addosso agli studio-album di Breaking Benjamin, In Flames e Paramore. Tutto sul conto spese della Reprise Records, costola del colosso Warner, etichetta che si è accaparrata i servizi dei quattro dopo l’ascolto di ‘Champagne’, singolo che apre e virtualmente chiude il dischetto in questione. C’è la schitarrata d’apertura, moderna ma con un paio di ancheggiamenti retrò; c’è la voce suadente di Casey Walker, pronta ad esplodere in un ritornello ad altissimo voltaggio, polveroso e catchy come quelli dei Puddle Of Mudd più solari; e infine c’è la sezione ritmica, ma se non ne parlo non muore nessuno, vero? Insomma, roba da veri intenditori, una sorta di corollario stilistico che i Cavo seguono senza mai perdere di vista l’obiettivo. Sia quando le cose si fanno un po’ più sdolcinate (‘Let It Go’, ‘My Little Secret’), sia quando il lavoro del chitarrista-leader Chris Hobbs vira su sfumature non proprio all’ultimo grido (‘Blame’). Per non parlare di quando i nostri si mettono a scimmiottare i saltelli ritmici degli Static-X più paraculi, per poi infilarci un ritornello che fa di ‘All Fall Now’ l’hit mancata per eccellenza. Se ancora non l’avete capito, ‘Bright Nights Dark Days’ è un disco, nel suo piccolo, così clamoroso che mi sono sentito in dovere di fare un colpo di telefono a Ben Burnley dei Breaking Benjamin. Il suo ‘Dear Agony’, in confronto, è roba da dilettanti allo sbaraglio. “Lo so”, mi fa lui. Mi sembra di sentire un singhiozzo. Saluta con educazione, con un filo di voce. Poi attacca.

Brutta cosa l’invidia.

Tom says… Allora eravamo io, Jim Peterik, Pete Lesperance e Bettarini al bar. Come al solito no? Davanti a qualche birretta si discute del più e del meno, si prendono per il culo Frankie Sullivan e la Ventura e se ne spara pure qualcuna di grossa. Poi Bettarini vuole sempre andare a fare il puttan-tour, ma non ci andiamo più tanto, soprattutto dopo quella volta che i Carabinieri hanno portato al commissariato Mark Free pensando che avessimo caricato un viado. Ma questa è tutta un’altra storia. Insomma, Bettarini tira fuori ‘sto disco, la settimana scorsa, e ci fa “Metti su questi, Tom, che sono frocissimi. Mi sono bombato la Marisa, quella che fa la sciampista in Corso Buenos Aires, sul ribaltabile dell’Alfa 90 con ‘sto cd su. E’ venuto uno spettacolone”. Lì per lì non è che gli ho creduto tanto, Bettarini di stronzate ne racconta, ma tornando in macchina con Pete Lesperance mi sono dovuto ricredere. ‘Cavo’ è uno dei nomi peggiori dai tempi degli Zonata. Punto a sfavore. E c’è pure un nero che sembra uscito  da un film di Guy Ritchie. Secondo punto a sfavore. E le zazzere dei tizi sono abbastanza imbarazzanti. Terzo punto a sfavore. Però quando ho messo su ‘Champagne’ e ‘Blame’ e ‘Crash’ a Lesperance gli è venuto il magone. E quando a Lesperance viene il magone, è un chiaro segno che ci siamo. I Cavo sono post-grunge, ma se li ascolti per bene, non si capisce nemmeno cosa sia più ‘sto post. Più che altro perché i Cavo sono di un ghei che non avete idea. Puro rock da classifica con la barbetta del giorno prima, il bavero alto e il cappello un po’ trendy. Ma con un culo sfondato che metà basta. L’etichetta post-grunge rende davvero poca giustizia ai Cavo che invece si dimostrano un gruppetto FM da ventiquattro carati, gente in grado di scrivere power-ballads come ‘My Little Secret’ da tre dita di pelle d’oca assicurate. Poi i Cavo ti sparacchiamo pure un pezzo dall’incipit un po’ electro e un po’ no che, come dice giustamente il mio collega Daniel, a Wayne Static gli si è ammosciata la pettinatura. Cosa resta? Resta un deca di tunes da puro godimento, canzonette che fracassano gentilmente una quindicina di anni di post-grunge e fm rock, prendendo il meglio del meglio, dai Vertical Horizon ai The Calling, dai Puddle of Mudd ai Nickelback, dal ghei al più ghei ancora.

Da allora, Pete Lesperance non si è più fatto vedere al bar.  Bettarini invece si vede regolamente con la Marisa. Non dico altro.

www.myspace.com/cavomusic

01
mar
10

“Role Models”: Stifler, McLovin e l’altro.

Daniel says… L’altro è Paul Rudd, uno che prima di incontrare sua maestà Judd Apatow, poteva già vantare un curriculum di tutto rispetto. Sempre se consideriamo uno dei cinquantasei Halloween, questo e quest’altro, come pellicole degne di nota. Vabbè, a ognuno i suoi gusti. Sta di fatto che da ’40 Anni Vergine’ in poi, questa bella faccia del New Jersey ha saputo ritagliarsi un posto al sole nell’universo-Apatow, altrimenti col cazzo che ti fanno scrivere un film e ti affiancano gente comicamente irresistibile come Seann William Scott (Stifler) e Christopher Mintz-Plasse (il McLovin di ‘Superbad’, ruolo che gli ha fatto sfiorare l’Oscar come miglior nerd di tutti i tempi). L’idea che sta dietro a ‘Role Models’, è bene dirlo, puzzava di rancido anche a un appassionato del genere come il sottoscritto. Danny (Rudd) e Wheeler (Scott) sono i promotori di Minotaur, un energy-drink che più di farti pisciare verde non fa. Insomma, un lavoro di merda. Da qui alla fase “questa vita fa schifo” ci vogliono due minuti, massimo tre. Da qui alla svolta drammatica, forse cinque. Per rimediare ci vuole ancora meno, ovvero 150 ore di servizio civile nelle vesti di “role-model”, punizione esemplare che consiste nell’evitare che un insopportabile marmocchio uccida qualcuno quando sei in sua compagnia. Fino a qui il film è idiota e prevedibile in modo quasi commuovente: Stifler è infoiato neanche stesse recitando in un ipotetico prequel di American Pie con Susan Sarandon, McLovin è addirittura più nerd del solito (VELOGGIURO!), mentre Paul Rudd c’ha la confusione mentale, e per questo è quasi sempre in bilico tra il confuso perso e l’incazzato duro. Oddio, ad arrivare alla fine non è che le cose cambino molto. Però, è bene dirlo, gli attori funzionano, qualche battuta è azzeccata, e poi, verso la fine c’è una scena che da sola vale il prezzo del biglietto. O i due euro e 50 del noleggio. O tutta la corrente che serve a far andare eMule per 10 ore. Non vi voglio anticipare niente: vi dico solo che c’entrano i Kiss, un camioncino nero con le corna e un lanciafiamme. Aspettandomi meno di zero, devo dire che sono rimasto quasi contento. Basta che non siate alla ricerca del film che avrebbe potuto essere Funny People se fosse durato mezz’ora in meno.

P.s.: quattro sceneggiatori sono troppi. Neanche ci fosse l’offerta “prendi due Cohen al prezzo di uno (quello bello)” al discount sotto casa. Ah, quasi dimenticavo… date un’occhiata al notevolissimo supporting-cast. Potreste ritrovare una faccia a cui, non si sa il perché, siete particolarmente affezionati.







Chi siamo?

Probabilmente nessuno di importante. Però potrebbe interessarvi ciò che scriviamo. Se avete i nostri gusti, magari. Ma anche se non li avete.



Contatto? Yep, here.
kramercontrokramer AT gmail.com



Risposta garantita? No. Ce la tiriamo? Non ce lo possiamo permettere. E' che talvolta abbiamo da fare.








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