Daniel says… Un’immagine, a volte, vale più di mille parole.

Quel che resta di questi Oscar 2010 è sicuramente il trionfo di Kathryn Bigelow su James Cameron. Lei, splendida action-girl alla soglia dei sessanta, contro lui, il celebratissimo ex-marito, che con ‘Avatar’ ha dato un’ulteriore scossa a tutto ciò che gira attorno alla nostra settima arte preferita. La scelta dell’Academy ai più è sembrata giustificata in buona parte da ragioni politiche: il cinema vero contro il cinema del 3D. Chi ha ragione? Ognuno è libero di pensarla come crede. Io, per una volta, mi schiero con i seimila fantomatici membri dell’accademia. Anche perché ‘The Hurt Locker’, gira e rigira, è pure un gran bel film, ma su questo ci ritorneremo tra un po’.
Non più cinque film a contendersi la statuetta come miglior film, bensì dieci. E’ questa l’unica, intrigante novità di questo 2010. Peccato solo che il livello dei film non sia all’altezza di cotanta abbondanza. Tolti ‘Avatar’, ‘The Hurt Locker’, Tarantino e le belle nominations di ‘Precious’
e ‘Up’ (prima volta di un film d’animazione in questa categoria), il resto puzza di riempitivo in modo quasi fastidioso. Concediamo il beneficio del dubbio ad ‘Up In The Air’, anche se Jason Reitman ha fatto di meglio (sia ‘Thank You For Smoking’ che ‘Juno’ avevano una marcia in più). ‘District 9′ è sì un piccolo miracolo low-budget, ma non è da ritenersi una candidatura autorevole, per non parlare di ‘The Blind Side’, ‘A Serious Man’ degli onnipresenti Cohen, e del british ‘An Education’, prima sceneggiatura del romanziere Nick Hornby (già autore di ‘Altà Fedeltà’), buona pellicola falcidiata da un finale frettoloso e incredibilmente inadeguato. Ritorniamo a parlare del dominatore assoluto della serata: ‘The Hurt Locker’ è sicuramente un gran film di regia e montaggio, grazie al quale abbiamo scoperto un attorone come Jeremy Renner, uno da tenere d’occhio con la lente d’ingrandimento, d’ora in poi. Dei sei oscar vinti, quello che ha fatto più discutere è l’oscar alla sceneggiatura originale. Premio che è da ritenersi indirizzato alla genesi di un soggetto che il buon Mark Boal (attuale compagno della Bigelow) ha sviluppato negli anni, seguendo una squadra di artificieri in Iraq e pubblicando, in seguito, il reportage su Playboy. Vista sotto questo aspetto, la cosa assume un minimo di significato. Tarantino meritava il riconoscimento dorato più di ogni altro, questo rimane un dato di fatto.
Tutto come previsto per i premi ai migliori attori. Premiata la carriera del bistrattato Jeff Bridges, cantante country decaduto in ‘Crazy Heart’.
Ironia della sorte, per un ruolo speculare a questo, il “wrestler” Mickey Rourke l’anno scorso si è visto scippare la tanto agognata statuetta da Sean Penn. Ruoli borderline premiati anche nelle fila dei non-protagonisti, grazie alla straordinaria prova di Mo’Nique in ‘Precious’ e al nazistissimo Christoph Waltz, l’irresistibile colonnello Hans Landa di ‘Bastardi Senza Gloria’, ruolo che ha portato l’attore austriaco alle luci della ribalta dopo una carriera a dir poco anonima (attenzione, lo rivedremo presto nel nuovo film di Gondry, ‘The Green Hornet’). Discorso a parte merita la cenerentola Sandra Bullock: 46 anni, prima nomination e primo oscar per il suo personaggio higher-than-life in ‘The Blind Side’. Fan e detrattori si sono dati battaglia in rete e sui maggiori giornali, lasciando alla bella Sandra gli onori della scena a discapito della clamorosa outsider Gabourey Sidibe.
Parliamo infine della cerimonia: la conduzione “ciovane” di Hugh Jackman dello scorso anno ha lasciato strascichi piuttosto imbarazzanti, ed infatti l’Academy è tornata ad affidarsi all’intramontabile Steve Martin,
accompagnato per l’occasione da un baldanzoso Alec Baldwin. A parte qualche bella frecciatina lanciata ai danni di George Clooney e Meryl Streep, rimpiango ancora oggi la conduzione tutto pepe della straordinaria Ellen DeGeneres (era l’anno di ‘The Departed’). Citazione di merito per lo sketch di Ben Stiller in versione avatar, per il tributo a John Hughes (con Ferris Bueller, Macaulay Culkin e tutti gli altri) e gli oscar alla carriera a Lauren Bacall e Roger Corman. Il resto è stato di una noia quasi mortale: monologhi interminabili, gag che a stento riescono a strapparti un mezzo sorriso, il tutto condito da una miriade di filmati introduttivi davvero poco efficaci e da una competizione che, come ho avuto modo di introdurvi, è stata davvero poca cosa. Tolta la sorpresona del miglior film straniero e il rodeo tra gli ex-coniugi più chiacchierati d’America, è andato tutto come da programma. Pure troppo.
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