Archivio per la categoria 'Cinema – Recensioni'

14
mag
10

Un Prophète: oui, nous pouvons!

Daniel says… Allora si può. Per davvero.

E’ possibile fare un prison-movie credibile e godibile senza cadere nei cliché telefilmici tanto cari a ‘Prison Break’. Vi dirò di più: si può fare un film di gangster senza le faccette di Johnny Depp o la regia pirotecnica di qualche vecchio trombone d’oltreoceano. Ma no che non sto scherzando. Mettiamo quindi che il vostro dvd de ‘I Soliti Sospetti‘ abbia un rapporto non protetto con la vhs cartonata di ‘Bad Boys‘ (quello dell’83 con Sean Penn): ecco, quello che ne verrebbe fuori non potrà comunque raggiungere gli apici toccati da ‘Un Prophète‘ del francese Jacques Audiard (‘Tutti i battiti del mio cuore’), il film che ha stregato Cannes, Hollywood e quei pochi, troppo pochi, che si sono presi la briga di vederlo al cinema.
L’inizio è a bruciapelo: il giovane Malik, 19 anni, entra nel carcere di Brécourt dove trascorrerà sei anni di detenzione per non si sa che cosa. Quello che si capisce al volo è che Malik c’ha quasi più rogna di tutta New Orleans: è arabo, solo come un cane, non sa né leggere né scrivere, non ha il becco di un quattrino e l’avvocato già è tanto se gli rivolge la parola. Come insegnano in ogni scuola pubblica che si rispetti, in prigione difficilmente la passi liscia se non hai qualcuno che ti guarda le spalle, e Malick questo lo scopre sulla propria pelle appena varcata la soglia del carcere di Brécourt. Siamo praticamente nella prima mezz’ora di un film che passa abbondantemente le due ore, e già ce ne sarebbe abbastanza per gridare al piccolo miracolo. Miracolo soprattutto registico, perché Audiard riesce a dipingere uno scenario carcerario più che plausibile, rappresentandolo con il rigore di chi vuole solamente raccontare una storia, una brutta storia, come direbbe il buon Lucarelli. Non c’è spazio né per le lezioncine morali dell’ultimo Ridley Scott, né per l’indulgenza di un cinema, a suo malgrado, ancora imbavagliato da troppa retorica politicamente corretta. Quello che parte come il più tipico dei drammi carcerari si trasforma così, col passare dei minuti, in un racconto in costante divenire, dove il riscatto è costruito non sul recupero della morale ma sull’imposizione violenta del potere criminale. In tutto questo emerge la crescita del giovane Malik El Djebena, da pulcino analfabeta a “profeta” poliglotta. A interpretarlo è il portentoso Tahar Rahim, affiancato da una vecchia gloria del cinema francofono come Niels Arestrup e da un nutrito gruppo di facce sconosciute ma dure come il granito. Non so voi, ma è davanti a film come questi che rivaluto, in buona parte, il contributo che può arrivare da un Di Caprio e da un redivivo De Niro. In un cinema sempre più a misura di star, fare la differenza è diventato un lavoro per pochi. Uno sporco lavoro. Ci siamo capiti, Jacques…

30
apr
10

Bangkok Adrenaline: applausi, lacrime, buio.

James says… Voglio essere chiaro, non è che ci sia molto da dire su questo film. Cinematograficamente parlando è un mezzo aborto: regia assente, attori che a chiamarli tali ti senti un verme nei confronti degli attori veri, una sceneggiatura che mio nipote di 6 anni sarebbe stato capace di scrivere in cinque/dieci minuti rendendola molto più interessante, e dei personaggi che escono fuori dritti dritti dalla sagra dell’ovvio. Trama: quattro ragazzotti (tre pardon, uno è un armadio a otto ante con comodino e lampada annessi) in visita turistica a Bangkok perdono un sacco di soldi al tavolo verde e si riempiono di debiti col proprietario del casinò, che sembra un Giancarlo Magalli in versione asiatica. Magalli gli da una settimana di tempo per recuperare il denaro altrimenti le loro teste finiranno come ornamento per i saloni di qualche villa di lusso del circondario. Ed ecco arriva la genialata: dato che in una settimana è impossibile anche per Tremonti raggranellare l’equivalente del Pil del Lussemburgo, i nostri pensano bene di rapire la figlia di un milionario che ben presto si rivelerà un bello stronzo, per poi chiedergli un riscatto e saldare finalmente il debito. Applausi, lacrime, buio. Fin qui si potrebbero già contare una decina di ‘machecazzo’; se poi mi soffermo a parlare della ‘recitazione degli attori’, delle simpaticissimissime battute e scenette piazzate qua e là utili come uno scopino del cesso senza spatole, e di qualche altro pittoresco personaggio/avversario accessorio, si arriva a contarne 120/150 più o meno. Se poi parlo anche del combattimento in corsa sul motocarro che sfida ogni legge di gravità conosciuta dall’uomo, e di quanto sia scemo e inutile “l’amico” francese di John il rasta e il suo commando di inetti allora si perde proprio il conto. Insomma faccio prima a dirvi cosa vale di questo film. Ben poco. Qualche coreografia dei comunque preparati Daniel O’Neill e comitiva, una Priya Suandokemai che ha un suo perché (e ovviamente non sto parlando delle sue doti da attrice), la Pontiac GTO classe ’67 dell’ex-scagnozzo del milionario e poco altro. Insomma, leggendo questa recensione avete perso il vostro tempo, ma se guarderete il film sarà ancora peggio. Se siete abituati alle ciofeche e avete un filo di masochismo che vi scorre nelle vene, allora guardatelo pure Bangkok Adrenaline, potrebbe addirittura strapparvi qualche sorriso a denti stretti; ma vi faccio presente che stanno iniziando le belle giornate, e io fra rivedere questo film e passare due ore al parco a fissare gli anatroccoli albini in calore sceglierei decisamente la seconda. E non è che io abbia tutto questo debole per gli anatroccoli albini in calore eh. Poi fate vobis.

28
apr
10

Raging Phoenix: osteria numero mille, paraponziponzipò.

James says… Trama: in Thailandia (I suppose…) esiste un’organizzazione segreta specializzata nel rapire delle ragazze particolari con dei feromoni particolari per creare un farmaco particolare, tipo elisir di lunga vita. Come le trovano? Semplice, a fiuto. Tipo cani da tartufo. Pertanto la nostra eroina Deu (Jeeja Yanin) -che di eroina ha ben poco dato che a dire il vero è una sfigata con crisi esistenziali assortite e una simpatica sindrome da cane abbandonato-, ovviamente dotata del feromone del desiderio, viene usata come esca da una mappata di ex-fidanzati a cui sono sparite le ragazze per colpa di quest’organizzazione, con lo scopo di trovare i farabutti in questione molto abili nel far perdere le loro tracce e possibilmente recuperare anche le loro squinzie. La verità? Questo film non m’ha detto un cazzo. Allora, ragioniamo. Cosa funziona e cosa no: c’è una bella fotografia e dei begli scenari aperti che attraggono l’attenzione, ci sono degli attori potenzialmente carismatici che interpretano personaggi potenzialmente carismatici, ci sono delle buone musiche (sto parlando di quelle orchestrate, non di quegli aborti freestyle). Fin qui i pro. Cosa non funziona allora? La sceneggiatura che zoppica vistosamente, le coreografie non molto convincenti ausiliate per giunta dai cavi in stile ‘La foresta dei pugnali volanti‘ che conferiscono ad ogni scazzottata quel fastidioso senso di fittizio, per non parlare poi della parte finale del film che è un crescendo di ‘machecazzo’. Ah già, ma quello fa parte della sceneggiatura gambizzata. Insomma, i pregi sono proprio quelli che volendo potrebbero (e sottolineo potrebbero) anche passare in secondo piano in un film del genere, mentre i difetti al contrario sono quelli che andrebbero sviluppati con maggior cura. Il problema è che ‘sto film non sa bene se prendersi sul serio oppure no. Nella prima parte decisamente no. Esempi lampanti sono gli scagnozzi dei rapitori con alle gambe delle protesi alla Oscar Pistorius ma con delle lame montate sul retro, un’iniziazione ‘alcolica’ al Drunken Muay Thai che di serio ha ben poco, e dei personaggi che hanno un fare da cazzeggio quasi fastidioso. Nella seconda parte invece cambia tutto e si prende un po’ troppo sul serio, ammantandosi di un velo di poesia forzata e di cupezza che onestamente non c’azzecca niente e che non riesce neanche benissimo. La forte sensazione è che Raging Phoenix sia stato scritto un po’ di fretta, sulla scia del successo che la Yanin sta attualmente riscuotendo in Asia e non solo. In alcuni punti sembra proprio scritto con i piedi, fin troppo prolisso dove non c’era bisogno e fin troppo rapido quando si poteva/doveva approfondire. Insomma, una mezza ciofeca che non salva neanche la Yanin e i suoi compagni di merenda Kazoo, Roongtawan e i Leading Thai B-Boys, sicuramente grandi atleti ma che in questa sede fanno una figura un po’ barbina. Ma non per demerito loro ovviamente. Comunque dopo aver visto Jeeja Yanin in versione autistica effettivamente mancava la versione ubriaca. Ora manca solo il film con lei che fa muay thai con le emorroidi e poi siamo a posto.

27
apr
10

“Chocolate”: Avete presente Rain Man? Ecco, dimenticatevelo.

James says… Che succede se sei una fanciulla poco raccomandabile, avvenente e ‘in carriera’, e fai le corna ad un boss della mala thailandese (Pongpat Wachirabunjong) con uno yakuza (Hiroshi Abe)? Semplice, perdi un dito del piede, ti ritrovi da sola a mantenere la figlia autistica frutto del fattaccio e il suo amico obeso di infanzia, e resti senza un soldo e costretta a letto da una malattia terminale. Alegher alegher. Altro bel filmetto questo Chocolate, sorpresa assolutamente positiva che ci regala una Jeeja Yanin nei panni di una ragazzina autistica che però incarna a pieno il detto ‘fare di necessità virtù’. Infatti, in barba al suo difetto genetico, per permettersi le cure per la mamma malata (Ammara Siripong) la nostra Zen (interpretata appunto dalla Yanin) impara a menadito le arti marziali ciondolando ore e ore davanti al televisore di casa che trasmette i film di Bruce Lee e Tony Jaa, e va a fare il culo a strisce agli ex-’debitori’ della madre con un’ingenuità che la rende quasi adorabile se non si fa caso alle mascelle che fa saltare a suon di cazzotti. Una sorta di riabilitazione dell’antica arte del chiedere il pizzo insomma, portata avanti questa volta per nobili fini. Ma gli sceneggiatori giustamente non la mettono proprio così, facendo trovare davanti alla nostra Zen degli esercenti che non si fanno tanti scrupoli a malmenare la menomata ragazzina e il suo fedele trainer/amico grassoccio Moom (Taphon Phopwandee). E da qui in poi degli scontri si perde il conto. Senza dimenticare poi che il deretano del thailandese cornificato brucia ancora molto per l’onore perso, pertanto oltre agli esercenti, la ragazza e sua madre dovranno fare i conti anche col boss in questione (veramente da commozione la scena della lotta sui balconi dell’albergo stile livello di Donkey Kong) e con un gruppetto di sue fidate scagnozze che non s’è capito bene se siano trans o meno, ma in fondo non ci interessa. Anche qua le mazzate volano copiose, e la Yanin è di sicuro una delle più talentuose artiste marziali ora in circolazione, molto fedele alla filosofia di Tony Jaa ovvero dacci gengive che volano e siamo tutti contenti. Il plot è interessante e offre anche un po’ di profondità dato che l’argomento autismo e la storia tragica vengono trattati con una certa delicatezza fra una carriolata di mazzate e l’altra, e poi la Jeeja Yanin è davvero in grande spolvero sia come attrice che come picchiatrice, così come i suoi comprimari. Davvero una produzione degna di nota che vi saprà sicuramente spiazzare in positivo se vi siete affidati solo al trailer per farvi un’idea di cosa andrete a vedere. Bravo, bis.

PS. da notare i titoli di coda stile “Jackie Chan” con tutti gli incidenti sul set, altra prova delle mazzate che la Yanin prende sul serio. Poraccia.

26
apr
10

“Merantau”: il ragazzo di campagna va in città, e mo so cazzi.

James says… Si dai, in fondo ce n’era bisogno. Dopo tutti questi anni in cui i vari Jackie Chan, Jet Li, Sammo Hung e compagnia ci hanno ammorbato i maroni con le loro coreografie artificiose e con il loro solito ruolo da eroe che “mo te rompe er culo e manco te ne accorgi”, era normale che arrivasse un Tony Jaa qualunque a sovvertire un po’ l’artificiosità di questi combattimenti su cellulosa con qualche sana ginocchiata sulle gengive, ed era ancora più normale che la moda prendesse piede e che uscissero fuori i vari adepti. E così dopo l’affascinante JeeJa Yanin ora tocca agli Indonesiani dimostrare che le palle fumano anche a loro, quindi, ladies and gentlemen, ecco a voi il principino del silat Iko Uwais. Pare che nell’hinterland thailandese, come da tradizione, ad un certo punto della vita le madri caccino di casa i loro figli per il Merantau, che si tratta in parole povere di mandarli in città e toglierseli dalle balle per un po’ con la scusa di farli crescere. E tutto ciò è toccato ovviamente anche al nostro Yuda (Iko Uwais), così come a suo fratello prima di lui; solo che il fratello è tornato a casa senza far troppi casini, lui decisamente no, dato che si imbatte praticamente da subito nel piccolo ladruncolo Adit (Yusuf Aulia) e in sua sorella lap-dancer-per-necessità Astrid (Sisca Jessica), e correlativamente in un paio di personaggi poco simpatici che trafficano donzelle asiatiche oltreoceano per scopi altrettanto poco simpatici. Si, la trama non brilla per originalità, a parte la trovata del Merantau, ma nonostante ciò il film risulta molto godibile. Che ve devo dì? Sicuramente non è il classico kung-fu movie, dato che ha una sceneggiatura piuttosto solida, dato che i personaggi sono abbastanza credibili e viene anche facile affezzionarcisi (sia ai principali che a qualche stupido nemico-scagnozzo che susciterà in voi un irresistibile mix di simpatia e pena), e dato che le coreografie di Uwais e dei suoi antagonisti non sono mai troppo ‘coreografate’, il che toglie al nostro eroe quel fastidioso alone di immortalità che spesso e volentieri si trova nei film della concorrenza. E poi c’è anche un’apprezzabile quanto insolita vena poetica e un finale non del tutto scontato. Insomma, è un filmetto con la sua profondità, che sicuramente vale la pena di essere visto e che supera in quanto a qualità tanti altri concorrenti ben più ‘blasonati’. E bravo Iko, scoperta molto positiva. Facce vedè altre gengive che saltano, e fallo con stile.

07
apr
10

After Dark 2009 #1: “Autopsy”. The Wizard Of Gore Is Back!

Dopo una esauriente diesamina dell’edizione 2010, facciamo un passo indietro nel tempo per vedere le proposte dell’After Dark Festival 2009, altre otto pellicole di genere thriller/horror. Per chi ancora non sapesse di cosa stiamo parlando, prego leggere qui.

Tom says… Che ficata. ‘Autopsy’ è l’opera prima alla regia di Adam Gierasch, ufficialmente esploso con il folle remake di ‘Night Of The Demons’ presentato alcuni mesi fa e che un po’ tutti attendiamo in dvd. Il nostro, oltre a dirigere, è da un po’ nel giro giusto avendo scritto film per Tobe Hooper, Argento e altri ancora (e oltre a questo è pure attore comprimario qua e là). Tutto questo per dire che Gierasch è uno molto attivo in questi anni. No, non è un genio e molte delle sue sceneggiature non sono solidissime, ma è di sicuro innegabile che il nostro abbia talento per il genere. ‘Autopsy’ lo conferma pienamente: è il film più genuinamente visionario in campo horror/gore da qualche anno a questa parte. La trama è veramente da sottobicchiere della birra: incidente stradale, clinica isolata, gruppo di giovani carne da macello sottoposti ai bizzarri esperimenti di una sinistra equipe medica. Tutto il resto è bassa, bassissima macelleria. Ma con gusto. Primo: la messa in scena è straordinaria. Grazie ad una fotografia azzeccatissima, a luci coloratissime e a scenografie adeguate, il Mercy Hospital dove si aggirano i nostri è pressoché già culto: sinistro ma realistico. Secondo: la trama è quello che è, e ce ne accorgiamo subito. Un par di machecazzo bussano alla porta qua e là e c’è un elemento soprannaturale ogni tanto che non si capisce granché bene a cosa serva. Terzo: nonostante questo, il film è spettacoloso; per un motivo semplice: l’immaginazione di Gierasch è fenomenale. Immaginate Herschell Gordon Lewis, Stuart Gordon e Brian Yuzna. Gore inventivo, umoristico e sorprendente. Quarto: Jason ‘T1000’ Patrick è gigantesco nel suo ruolo di medico folle e si candida al miglior medico pazzo dai tempi di Jeffrey Combs. Quinto: Gierasch non è tutto sano. Di porcherie ne ho viste tante, ma di coreografie gore precise e puntuali come queste gran poche. Andiamo oltre all’eccesso di Gordon Lewis, andiamo oltre alle bizzarrie compositive di Yuzna e Gordon. Siamo in un territorio dove le parti del corpo, smembrate e sezionate tornano ad essere protagoniste in composizioni dal chiaro gusto artistico. E’ un carnevale della follia da sala operatoria, ‘Autopsy’, una serie di scenette progressive legate da un filo spesso troppo sottile. Il talento di Gierasch però riesce a tenerle insieme quanto basta e a servirci un piatto gustosissimo. Se volete pote considerarlo il Re-animator che non è mai stato prodotto. Ci vuole gran poco.

…Ovvero tutto ciò che la vostra ragazza non vedrà mai perché si sta coprendo gli occhi. Direttamente proporzionale a quello che dopo non vedrete voi in caso questo sia un film brutto!

Ah, ‘Autopsy’ nonostante non sfrutti ambienti sudici, fotografia livida e messa in scena pseudo-snuff di roba ne ha da vendere. Ci sono un paio di sequenze tutte intestate alla macellazione più pura, un tentativo di trapanazione in testa live con soggetto cosciente, carrettini pieni di braccia e gambe e perfino una meravigliosa esposizione ordinata di tutti gli organi interni! Yummi!

05
apr
10

After Dark Special #8: “Lake Mungo”. Metacinemiamoci così, senza pudor.

Passiamo in rassegna le otto proposte annuali dell’After Dark, concentrandoci sulle novità 2010, uscite da pochissimo sul mercato DVD. Per chi non conoscesse l’After Dark Festival, prego leggere qui. Non è che siano tutte gemme, però val la pena controllare ogni anno cosa salta fuori dalle loro parti…

Tom says… Il lago Mungo non è a Busto Arsizio. Non è nemmeno vicino a Zagarolo. E’ da qualche parte in Australia e con un nome così non credo ci si faccia a gomitate per un soggiorno. Di conseguenza, non so con che cuore la gente si sia avvicinata a questa pellicola. Certo, l’horrorofilo ha dei principi di erezione nell’ordinare dvd con dei titoli tipo questo, questo o questo, ma ‘Lake Mungo’ gioca in un campionato tutto suo. Alice Palmer è una adolescente annegata in una tragedia domestica come tante. Dopo la dipartita però si parla insistentemente ancora di lei a causa dei fenomeni paranormali che coinvolgono la sua simpatica casetta e tengono sveglia la triste famigliola. ‘Lake Mungo’ è perciò un mockumentary su codesta vicenda. Mockumentary che starebbe per documentario finto. Tipo i primi venti minuti di ‘District 9’ o, involontariamente, le decine di serie televisive sulle case infestate, triangoli delle bermuda e curatori miracolosi che girano sulla tv via cavo. Sotto questo punto di vista la pellicola di Joel Anderson è fenomenale: alternanza di footage di vario genere (ufficiale, amatoriale, fotografico, amatoriale zozzo), testimonianze, montaggio chiaro e sequenziale, prova recitativa del cast (tutti buoni attori mai sopra le righe). Eppure, non è questo l’obiettivo di Anderson. ‘Lake Mungo’ è in sostanza un mockumentary sulle presenze paranormali, sulla loro ripresa, la loro diffusione e la loro possibile spiegazione. Abbiamo quindi riprese notturne da telecamere, analisi approfondita di fotografie e compagnia bella. Già. ‘Paranormal Activity’. Lasciamo perdere chi ha preso da chi, l’ormai famigerato film di Oren Peli condivide con il qui presente una sola, singola idea: filmare le presenze. Perché mentre ‘Paranormal Activity’ è un riassuntone delle vicende dell’appartamento dei nostri due piccioncini, ‘Lake Mungo’ è un editing post-prodotto di tutta un’intera vicenda: i fatti, le reazioni, i cambiamenti, i colpi di scena. Ma non è nemmeno questo l’obiettivo di ‘Lake Mungo’ (lo so, me la sto tirando un pochettino). Nei novanta minuti di narrazione delle vicende di Alice siamo più volte portati a confrontarci con una molteplicità di punti di vista e di informazioni. Al punto che talvolta una di queste cambia tutte le carte in tavola. E la bellezza di ‘Lake Mungo’ è tutta qui: Anderson gioca un po’ con lo spettatore ragionando su ciò che si vede, ciò che noi vogliamo vedere, ciò che è realtà e ciò che invece è costruito o artefatto. Blow Up? Forse. Però non credo siano questi i natali di ‘Lake Mungo’. Non direttamente almeno. Un mockumentary ben fatto, su una vicenda legata al paranormale che riflette su cosa è realtà e su cosa è finzione già di suo è un film da vedere. A voi i ragionamenti più o meno filosofici, anche perché ‘Lake Mungo’ è parecchio godibile già di suo senza farsi troppe domande. Filmone.

…Ovvero tutto ciò che la vostra ragazza non vedrà mai perché si sta coprendo gli occhi. Direttamente proporzionale a quello che dopo non vedrete voi in caso questo sia un film brutto!

un cadavere un po’ livido, qualche presenza su registrazioni buie. quasi un non pervenuto.

04
apr
10

“Edge Of Darkness”: mi hanno sparato la figlia. Ma l’ho presa bene.

Tom says… Martin Campbell non se lo fila mai nessuno. Cioè, non è che nessuno gli dia lavoro: è che non lo vedi mai sulle copertine giuste, o ai galà giusti. O con in mano i premi giusti. E anche in caso vinca qualcosa, non se lo fila nessuno lo stesso. Al cinefilo non si riempie la bocca dire: “We, ho visto l’ultimo di Martin Campbell”. Se mai può dire di aver visto “l’ultimo 007” (uno e due), “Zorro” con Banderas (uno e due), o “quel film là sui ghiacciai con quello che faceva Robin nei Batman quelli brutti”. Insomma, Martin Campbell non è uno che ci mette la faccia di solito, e finiscono per mettercela gli attori. E allora ripensandoci su ‘Casino Royale’ ha rivitalizzato il nome della saga di 007 e Daniel Craig a Campbell gli deve mandare qualcosa a Natale finché campa; il primo ‘Zorro’ con Banderas sarà pure deriso ma il suo sporco lavoro al botteghino lo ha fatto. E pure bene. Insomma, Campbell è uno che il suo mestiere è in grado di farlo e come unico difetto ha avuto spesso sceneggiature non propriamente di ferro. ‘Edge Of Darkness’ (qui da noi ‘Fuori Controllo’) è un poliziesco con Mel Gibson ripreso da una miniserie per la tv britannica degli anni 80, tutta scritta e diretta da Campbell. No, non c’è Danny Glover. E nemmeno Gary Busey. Però dai primi dieci minuti ti aspetti che saltino fuori da ogni angolo, perché Martin Campbell, con la complicità di un Mel Gibson decisamente asciutto e in parte, dirige come si faceva una volta. Anche prima degli anni Ottanta. Dai primi minuti e dal botto della prima sparatoria ti aspetti che si corra, ci si scazzotti e si disinneschino bombe come se non ci fosse un domani per un’ora e mezza. Invece tutto il film è l’investigazione/vendetta di un Mel Gibson padre e poliziotto. Al Mel gli hanno sparato la figlia davanti casa, in un mare di sangue brillantante. E allora decide che è il caso di capire. Scribacchia sugli appunti, ricostruisce, ogni tanto sbrocca e pesta qualcuno. Il ritmo c’è, si impenna ogni tanto quando a Craven/Gibson brilla la pupilla. Senza pathos, senza effettoni. Ma son dolori uguale. E volendo c’è pure Ray Winstone, agente di chissà quale agenza governativa agli ordini di se stesso in un ruolo da ricordare per arguzia, ironia e battutoni. A questo punto, se ripenso a dove è andato il poliziesco nell’anno 2010, mi rendo conto degli anni luce che ci sono fra, che ne so, un Mann e un Campbell. Per limitarci a parlare di un modello alternativo che funziona, perché se mi incammino verso questo o questo mi viene un po’ da piangere per come sarebbe ancora facile fare bei film polizieschi. Perché in ‘Edge Of Darkness’ tutto è nitido, lineare, semplice: i cazzotti si danno fronte camera, le pistolettate in faccia, i cattivi sono proprio cattivi, i poliziotti se sono buoni li vedi da lontano manco avessero l’alone dell’hiv e in caso siano cattivi non hanno nemmeno il fegato di guardarti in faccia quando ti tradiscono. La telecamera non è attaccata ad un frullatore, la camera di post-produzione l’hanno vista sì e no cinque minuti, non ci sono metaforoni e citazioni. Il mondo di Campbell è fermo ad un tot di anni fa e Mel Gibson ci sguazza: pettinato, rasato, ben vestito riesce ad essere composto sia quando è in fin di vita che quando dispensa pizze in faccia, filosofia esistenziale e pistolettate. Quindi, nonostante il modello sia antiquato non aspettatevi né la follia di Martin Riggs né la disillusione di Porter. Aspettatevi un poliziesco asciutto, ben diretto (né effettato né stiloso), decentemente scritto e con un paio di sequenze di ammazzamenti da sicuro effetto nostalgia. E’ talmente liscio ‘Edge Of Darkness’ che ho capito benissimo perché in giro non è piaciuto. Semplicemente non è più un film di questi anni, ma di bellezza per uno che ama il genere ne ha. Bellezza che chiameremo caramente palle. Quadrate. Le cose semplici, ben fatte che funzionano ancora. Ovviamente in mano a chi è in grado di farle. High five, Martin.

04
apr
10

After Dark Special #7: “Kill Theory”. L’incredibile storia del killer più genovese del mondo. Quello che li fa ammazzare tra di loro.

Passiamo in rassegna le otto proposte annuali dell’After Dark, concentrandoci sulle novità 2010, uscite da pochissimo sul mercato DVD. Per chi non conoscesse l’After Dark Festival, prego leggere qui. Non è che siano tutte gemme, però val la pena controllare ogni anno cosa salta fuori dalle loro parti…

Tom says… Ma pensa. ‘Kill Theory’ mostra orgoglioso la sua tagline che dice più o meno “in fondo siamo tutti brutta gente”. La solita festa nel cottage, in questo caso villa lussuosa sul lago, si trasforma in un gioco al massacro quando un killer ordina al gruppo di ragazzi di cominciare ad ammazzarsi tra di loro, se almeno uno vuole sopravvivere. Tempo concesso, qualche ora della notte. Dunque, standard slasher con inclinazione self-service. Carino come tutti abbocchino e dopo un paio di tentativi di fuga blandissimi accettino il loro destino. Così salta fuori il ciccione laido colpito dalla sindrome di Palla Di Lardo, la troietta sessomane, la bella squilibrata infelice, l’eroe, il fetido opportunista. E giù di mazzate in faccia grazie alle solite pistole che passano di mano tramite drammatici cambi di equilibrio. Amici un par de balle, come direbbe quella buonanima di mio zio. L’idea alla base di ‘Kill Theory’ non è tanto male, bisogna ammetterlo, però è a mio modestissimo parere, svolta in maniera dozzinale. Siamo di fronte al solito cliché dei teenagers infoiati, odiosi e francamente idioti. Aleggia un gigantesco machecazzo su tutto: i teenagers sono almeno otto (vi prego non fatemelo rivedere per controllare di preciso) e nessuno vuole organizzare un benché minimo piano di resistenza contro UN solo killer che si dichiara tale. Il tempo concesso sono tre quattro ore. Panico in galleria e conseguente svolgimento della trama. Non stiamo parlando dell’enigmista e di trappoloni fuori di testa: il nostro maniaco più di qualche tagliola, un video minatorio e un po’ di stalking non è che abbia progettato, eh. Eppure, tutto si svolge come da sceneggiatura anche in maniera abbastanza rapida e si impenna un po’ nel pre-finale quando si vedranno i vincitori del contest “fight-for-your-life”. E’ vero, in fondo siamo tutti brutta gente. Soprattutto quando vogliamo far passare uno slasher per qualcosa che non è.

…Ovvero tutto ciò che la vostra ragazza non vedrà mai perché si sta coprendo gli occhi. Direttamente proporzionale a quello che dopo non vedrete voi in caso questo sia un film brutto!

Attizzatoio in occhio, tagliolone per orsacchiotti, tizi sparati. Ordinaria amministrazione, dai. Suspense al minimo sindacale.

03
apr
10

“Alice In Wonderland”. Che differenza c’è tra un corvo e una scrivania? Non ne ho la più pallida idea. Ecco, appunto.

Tom says… L’avevo quasi scampata. Ce l’avevo quasi fatta a non vedere questa nuova versione di ‘Alice In Wonderland’. Poi, quasi alla fine della programmazione, complice anche una sala 3D ormai praticamente semi-deserta, ho capitolato. Effettivamente c’è da dire che questa non è una nuova versione, mettiamo le mani avanti. Quello che Tim Burton e Linda Woolverton hanno voluto realizzare è una possibile terza avventura di Alice nel Paese delle Meraviglie (Wonderland) o nel Sottomondo (Underland) o a Cinisello Balsamo (Interland). Quella roba lì, insomma, dietro lo specchio, giù dal buco o fuori dalla tangenziale. Da quanto letto in giro, Burton si è votato al riprendere lo spirito dei due libri originali, alcuni personaggi chiave e realizzare qualcosa di visionario sullo stile di Lewis Carroll, matematico forse un po’ pederasta (ma questa è tutta un’altra storia). Allora: Johnny Depp ce l’ho, alberi e rami contorti ce l’ho, sorrisoni ambigui ce l’ho, Helena Bonham Carter ce l’ho, creature fiabesco-sinistre doppia. Alice adesso ha una ventina di anni, sono 13 anni che non si trippa più nel mondo del coniglio e ci rientra in corsa in occasione della scelta di vita della maturità, la proposta di matrimonio. In questo lo spirito di Carroll non è minimamente intaccato visto che sarà mezzo secolo buono che si riconoscono nell’opera del nostro le tematiche della crescita, della morte che attende, di una spensieratezza infantile che si prende a pizze in faccia con la dura realtà della logica della vita reale e del destino che in qualche modo ci guida. Il problema è un altro magari: che di sottointendimenti di tipo amoroso sessuale in Carroll non se ne è mai parlato, a meno che non siate dalla parte di quelli che interpretano il bruco blu che fuma come simbolo fallico, ma in quel caso vi viene una pacca sulla spalla e la mia sincera empatia. Che brava gente, che siete. Si diceva: bambini versus adulti, fantasia versus realtà, nonsense versus logica. Bene. Alice torna dall’allegra brigata, scopre che il Sottomondo è tiranneggiato dalla solita Regina Rossa e si ritrova a dover compiere la profezia di uccidere il Jabberwocky (portate pazienza, ma non mi ricordo la traduzione italiana e adesso mi viene solo Sfrangiapalle, ma quello di sicuro non era). Lei ovviamente cincischia, matura, ci ripensa, rivaluta il proprio ruolo, prende la spada, si mette l’armatura e bam, stacca la testa al dragone. In una piana fatta a scacchiera in cui nel frattempo l’esercito della regina Bianca (una burrosissima e autoironica Anne Hathaway) si scontra con quello della Regina Rossa (una straordinaria Helena Bonham-Carter), dove il cappellaio matto (Johnny Depp, arancio-crinito) brandisce la spada contro il fante di cuori (Crispin Glover, altro ruolo molto ben riuscito che conferma che i cattivi stravincono). Ecco. Sentito quel rumore? Era Lewis Carroll, ha telefonato perché rivuole indietro il suo libro. Visivamente ‘Alice In Wonderland’ 2D e mezzo (girato in due d, convertito in tre d = carino ma non furiosamente necessario) funziona, eh, grazie al talento di Tim che noi ben tutti conosciamo. Anche se stavolta, con così tanti precedenti, la visionarietà si inchina o ai modelli classici quasi standard (il film della Disney su tutti resta il benchmark) o a dei recenti concorrenti (Guillermo DelToro e Peter Jackson). Perché ormai Tim Burton non è più la sorpresina di Hollywood  e dopo di lui è ormai arrivato qualcuno con delle idee precise in testa. Il problema in ogni caso se mai è un altro: complimenti a Linda Woolverton, però qua a conti fatti siamo di fronte ad una specie di ‘Narnia’ meets ‘Lord Of The Rings’ meets ‘Jeanne D’Arc’ meets ‘Il Labirinto Di Pan’. La parte finale, con battaglia, armate e spadoni è Lewis Carroll quanto io sono amante dei film mumblecore. Fa gran specie, perciò. Vero che il celebre disegno bla bla del poema Jabberwocky vedeva la bambina bla bla con la spada bla bla, vero che c’è un mostro da sconfiggere, però fa specie lo stesso vedere Mia Wasilowska arrivare su cavalcatura con l’armatura scintillante dopo che ha cercato di recuperare per mezzo film una spada magica. Allo stesso modo, fa un po’ specie vedere il Cappellaio matto innamorato perso tanto quanto il Fante di Cuori attivarsi per fare un po’ di stalking. Per Alice siamo al confine con maturità e matrimonio e la “liberazione” sessuale è alle porte, non è che si può campar tutta la vita coi leprotti isterici però questa nuova versione  un po’ specie ti fa. Non perché cinematograficamente non funzioni e nemmeno perché si abbia la tessera del Partito Purista Carrolliano. Semplicemente perché una narrazione di questo tipo è strana e pure un po’ ingombrante.







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