Daniel says… Allora si può. Per davvero.
E’ possibile fare un prison-movie credibile e godibile senza cadere nei cliché telefilmici tanto cari a ‘Prison Break’. Vi dirò di più: si può fare un film di gangster senza le faccette di Johnny Depp o la regia pirotecnica di qualche vecchio trombone d’oltreoceano. Ma no che non sto scherzando. Mettiamo quindi che il vostro dvd de ‘I Soliti Sospetti‘ abbia un rapporto non protetto con la vhs cartonata di ‘Bad Boys‘ (quello dell’83 con Sean Penn): ecco, quello che ne verrebbe fuori non potrà comunque raggiungere gli apici toccati da ‘Un Prophète‘ del francese Jacques Audiard (‘Tutti i battiti del mio cuore’), il film che ha stregato Cannes, Hollywood e quei pochi, troppo pochi, che si sono presi la briga di vederlo al cinema.
L’inizio è a bruciapelo: il giovane Malik, 19 anni, entra nel carcere di Brécourt dove trascorrerà sei anni di detenzione per non si sa che cosa. Quello che si capisce al volo è che Malik c’ha quasi più rogna di tutta New Orleans: è arabo, solo come un cane, non sa né leggere né scrivere, non ha il becco di un quattrino e l’avvocato già è tanto se gli rivolge la parola. Come insegnano in ogni scuola pubblica che si rispetti, in prigione difficilmente la passi liscia se non hai qualcuno che ti guarda le spalle, e Malick questo lo scopre sulla propria pelle appena varcata la soglia del carcere di Brécourt. Siamo praticamente nella prima mezz’ora di un film che passa abbondantemente le due ore, e già ce ne sarebbe abbastanza per gridare al piccolo miracolo. Miracolo soprattutto registico, perché Audiard riesce a dipingere uno scenario carcerario più che plausibile, rappresentandolo con il rigore di chi vuole solamente raccontare una storia, una brutta storia, come direbbe il buon Lucarelli. Non c’è spazio né per le lezioncine morali dell’ultimo Ridley Scott, né per l’indulgenza di un cinema, a suo malgrado, ancora imbavagliato da troppa retorica politicamente corretta. Quello che parte come il più tipico dei drammi carcerari si trasforma così, col passare dei minuti, in un racconto in costante divenire, dove il riscatto è costruito non sul recupero della morale ma sull’imposizione violenta del potere criminale. In tutto questo emerge la crescita del giovane Malik El Djebena, da pulcino analfabeta a “profeta” poliglotta. A interpretarlo è il portentoso Tahar Rahim, affiancato da una vecchia gloria del cinema francofono come Niels Arestrup e da un nutrito gruppo di facce sconosciute ma dure come il granito. Non so voi, ma è davanti a film come questi che rivaluto, in buona parte, il contributo che può arrivare da un Di Caprio e da un redivivo De Niro. In un cinema sempre più a misura di star, fare la differenza è diventato un lavoro per pochi. Uno sporco lavoro. Ci siamo capiti, Jacques…

Ed ecco arriva la genialata: dato che in una settimana è impossibile anche per
le coreografie non molto convincenti ausiliate per giunta dai cavi in stile ‘
Una sorta di riabilitazione dell’antica arte del chiedere il pizzo insomma, portata avanti questa volta per nobili fini. Ma gli sceneggiatori giustamente non la mettono proprio così, facendo trovare davanti alla nostra Zen degli esercenti che non si fanno tanti scrupoli a malmenare la menomata ragazzina e il suo fedele trainer/amico grassoccio Moom (
Pare che nell’hinterland thailandese, come da tradizione, ad un certo punto della vita le madri caccino di casa i loro figli per il Merantau, che si tratta in parole povere di mandarli in città e toglierseli dalle balle per un po’ con la scusa di farli crescere. E tutto ciò è toccato ovviamente anche al nostro Yuda (











