Archivio per la categoria 'Musica – Recensioni'

07
ott
10

“Potter, Momsen & The Tressettes”: e mò avemo proprio fatto scopa.

Non è vero che in questo blog parliamo solo di fighe. Parliamo anche di fighe che ce la sanno. Proprio come nel caso di Grace Potter e Taylor Momsen, due sgnoccolone notevoli di cui ci occuperemo senza indugio con il collega Daniel Day Cavanagh nelle righe che seguiranno. Figurati se non lo facevamo noi. E chi sennò? I fratelli Tavernello? Tsè.

James says… No, ve lo devo dire. Sapete cos’ho pensato la prima volta che ho ascoltato cantare Grace Potter? Bè, immaginatevi un appartamento in riva al mare, e una stanza da letto con la luce del sole al tramonto che filtra dalla persiana abbassata a metà; poi immaginatevi miss Potter che mentre canta qualcosa del genere, fra una strofa e l’altra vi chiede di sodomizzarla ma con delicatezza. Romantico vero? Di meglio c’è solo la caccia allo sparviero di montagna armati di palline di carta umide e una Bic per sputarle. Forse. Eppure non sono io il maniaco. E’ il suo timbro vocale che provoca, giuro. La signorina Potter è nel giro già da un po’ a quanto pare, e se arrivi a condividere il palco con gente come Black Crowes, Gov’t Mule, Joe “bellicapelli” Satriani e tutto il cucuzzaro significa che qualcosa forse forse la sai fare. E’ vero, la copertina di questo terzo parto in studio è l’emblema dell’equazione “pelo pubico esposto=più dischi venduti=villa di lusso con filippina e Lamborghini annessi”, ma quella che ad un occhio distratto potrebbe sembrare come l’ennesima passera scopaiola con ben poche qualità tecniche al di fuori della stanza da letto, in realtà è una signora cantantessa con du palle così sotto. Possino cecamme se dico boiate. Il corredo soul e rock settantiano che la signorina Potter si porta dietro è sempre fieramente esposto, così come anche le sue cosce meravigliosamente tornite onnipresenti in ogni suo videoclip per la gioia dei nostri occhi; ma questo è un altro discorso, come direbbe il buon Lucarelli. Si respira aria di seventies ascoltando questo disco. Ma parecchia. E questo è un bene, perché pezzi come ‘Paris’, ‘Medicine’, ‘Tiny Light’, ‘Only Love’ o l’ottimo uno-due ‘That Phone’/‘Hot Summer Nights’ hanno un groove tutto di quegli anni che ormai raramente si respira. La sezione strumentale c’è; magari non fa quadrupli salti mortali con avvitamenti vari e atterraggio di culo su una bottiglia di Wild Turkey, ma è ben presente e ricrea egregiamente il feeling di quegli anni; il merito di ciò va sia all’abile Scott Tournet alla chitarra -personaggio dal discutibile taglio di capelli ma che ci sta simpatico lo stesso-, sia al vigoroso Matt Burr alla batteria che è sputato al Dennis Hopper di Easy Rider, ma soprattutto il merito va al colonnello Potter che in sala prove impartisce disposizioni con polso di ferro, e che impreziosisce il tutto con un risolutivo Hammond di altri tempi che è sempre un piacere ascoltare. La voce manco a dirlo c’è anche lei. Grace ha un timbro vocale del porcoddue (mi si perdoni l’eufemismo), sensuale come una centralinista delle hot-line quando vuole, e aggressiva come la nonna zoppa dell’immensa Aretha Franklin quando serve. Una voce che sprizza sensualità ed energia ad ogni nota, qualità peculiare di gente come Tina Turner, Ella Fitzgerald, Julie London o Diana Krall, giusto per capirsi. Devo ancora incenerire il mio ultimo paio di mutande ormai inutilizzabile sin dall’ultima volta che ascoltai la seconda metà di ‘Tiny Lights’. I pezzi funzionano, c’è poco da fare. Certo, la miscela della Potter non offre niente di veramente nuovo dato che le sue influenze principali raggiunsero il loro apice circa trenta/quaranta anni fa, ma la sapienza di chi è coinvolto in questo progetto fa si che tutto risulti fresco e assolutamente di qualità, compito molto arduo dato il genere proposto. Questo disco omonimo potrebbe benissimo dominare indiscusso nel regno dei dischi che dominano indiscussi se non fosse per qualche alone che ne intacca l’armonia, come qualche pezzo un po’ più debole degli altri, diciamo riempitivo, o come qualche passaggio forse non molto azzeccato; ma siamo nell’ordine di due su tredici e comunque neanche da buttare completamente via. Ma ancor più probabilmente fa tutto parte di un disegno molto più grande che solo i Massoni, Milly D’Abbraccio e Roberto Giacobbo possono conoscere ed eventualmente spiegarci. Se gli va. Insomma, cagate a parte Grace Potter e i suoi “Crisantemios” hanno dimostrato di saperci fare un bel po’, e se si continua così ne vedremo delle belle. Se no giuro che divento francescano scalzo.

Citazione che ce la sa: “If I was a man I’d make my move. If I was a blade I’d shave you smooth. If I was a judge I’d break the law. And if I was from Paris… If I was from Paris I would go: oh-la-la-la-la-la-la”

 

 

Daniel says… Alle volte basta un “viva la figa!“. Ben assestato. Quando uno proprio non se lo aspetta. Ecco, la mia storia d’amore con i The Pretty Reckless è iniziata così, saltellando su youtube alla ricerca di un singolo che potesse ravvivare un’uggiosa giornata di inizio autunno. E poi è arrivata lei, Taylor Momsen, anni 17 (per la maggiore età aspettiamo fiduciosi il prossimo 26 Luglio), che mi è apparsa in video con una roba così. Rullo di tamburi…

Non ci vuole una Mara Maionchi o un Desmond Child qualsiasi per capire al volo un paio di cosette, senza nemmeno sforzarsi di ascoltare tutto il cd (del quale vi parlerò in seguito, promesso). Primo: ma l’avete vista, tra teschi e reggicalze, quant’è a suo agio la Momsen davanti alla telecamera? La storia narra che la piccola Taylor, a 3 anni, aveva già debuttato in uno spot pubblicitario della Kraft, per poi apparire in film e serie televisive anche di una certa rilevanza. Siccome cago il cazzo, vi dico che me la ricordo bene solo in ‘Paranoid Park’ di Gus Van Sant, mentre Gossip Girl non voglio nemmeno sapere cos’è. Secondo: sì, la nostra gioca a fare la zozzona, e il fatto che sia ancora minorenne la agevola un pochetto. Il trinomio rock, fica e trasgressione non è affatto nuovo, e visto che parliamo di rock palesemente influenzato dall’attuale post-grunge, è impossibile non rivolgere un pensierino affettuoso alla vedova più famosa della storia del rock. Che pure lei, tra un tribunale e l’altro, si è dilettata col cinema. E con risultati notevoli, perlomeno quando a dirigerla c’era il Milos Forman di ‘Man on the Moon’ e ‘Larry Flynt – oltre lo scandalo’. Bastasse la prima impressione, sarebbe lecito accostare la Momsen a una Courtney Love dei giorni nostri, senza cadavere a carico (diamole tempo). Impressione corroborata dall’ascolto di ‘Light Me Up’, primo studio-album a nome The Pretty Reckless. La puzza di bufala colossale lascia subito il posto all’uno-due iniziale che non ti aspetti: ‘My Medicine’ e ‘Since You’re Gone’ sono infatti due pezzi stranamente groovy e carichi di dissonanze modern-rock, e se non è proprio l’ultima cosa che pensi di ascoltare nel disco d’esordio di una diciassettenne, poco ci manca. Forse la biondina non è una diciassettenne qualunque. Anche perché alla domanda “cara Taylor, oltre alla voce e alla bella faccia, cosa c’è di tuo in questo dischetto?” lei potrebbe rispondere sventolando i credits del disco, che citano lei come autrice di tutti i brani, assieme al chitarrista Ben Phillips e al produttore Kato Khandwala, uno che negli ultimi anni ha avuto per le mani i lavori di Breaking Benjamin, Drowning Pool e Paramore. Almeno sulla carta, le irriverenti lyrics sono farina del sacco della Momsen, mentre gli arrangiamenti e la splendida resa di pezzi come i due singoli ‘Miss Nothing’ e ‘Make Me Wanna Die’ ci obbliga ad annotare l’indirizzo del signor Khandwala sul taccuino della gente che un giorno conterà qualcosa. Nel frattempo ci godiamo per intero l’ascolto di ‘Light Me Up’, che dopo l’accattivante title-track e il light-metal lussurioso di ‘Goin’ Down’, chiude in sordina con un bel lento (‘You’) e un paio di pezzi messì lì giusto perché bisognava arrivare a quota dieci. Ed è inutile che sbuffate. Gli Iron Maiden coi riempitivi ci campano da quasi dieci anni, e nessuno dice niente. Vigliacchi. Certo, la nostra Taylor deve ancora farne di strada per arrivare ai livelli di, che ne so, una Juliette Lewis. Però la ragazza ha dalla sua l’età e un talento cristallino. Aspettiamo fiduciosi, rigorosamente al grido di “viva la figa!”. Il resto è noia.

Citazione che ce la sa: “Hey there, Father, I don’t wanna bother you but I’ve got a sin to confess. I’m just 16 if you know what I mean. Do you mind if I take off my dress?”

27
set
10

“Le Pop”: quando Yann Tiersen incontra la Banda Osiris. Però con la patata.

James says… Favolose. Incantevolmente eccentriche. Praticamente perfette. Queste quattro norvegesi hanno conquistato il mio cuore, non riesco a negarlo. Così irresistibilmente folli, nonché polivalenti e abilissime compositrici, quasi come se nella loro vita non avessero fatto nient’altro. Detentrici di un’ecletticità compositiva davvero fuori dal comune che abbraccia un numero smisurato di influenze musicali diverse, dalla musica folk al ragtime, dal blues al pop, facendoci assaporare atmosfere provenienti dall’est europeo così come dalla Francia, passando per gli Stati Uniti e per le loro terre d’origine. Un tripudio di suoni e colori variopinti mai caotico però, che oltre a traghettarci con disinvoltura attraverso molteplici stati d’animo, mette anche in risalto la dimestichezza che le nostre eroine hanno con l’ampia rosa di strumenti musicali a loro disposizione, e che si scambiano a vicenda durante le varie canzoni (provate a fare un giro qua per farvi un’idea). Una sorta di incrocio splendidamente riuscito fra Yann Tiersen, la Banda Osiris e la banda di paese. Ma con la patata al posto del pisello. Tante, ma davvero tante, sono le idee infilate in questo disco, e la forza delle Katzenjammer sta proprio in questo, ovvero nel non essere legate a nessun genere in particolare, spaziando in assoluta libertà e cercando di estrapolare il meglio da tutte le loro influenze. Venghino siòri venghino, c’è spazio proprio per tutti nel circo ‘Le Pop’: come già anticipato si va dal mai troppo desueto ragtime di ‘Demon Kitty Rag’, al polveroso blues di ‘Ain’t No Thing’, da ‘Virginia Clemm’ -uno dei pezzi più struggenti che i miei padiglioni auricolari abbiano mai ascoltato in tutti questi decenni di carriera musicofila-, alle marce funeree con annessi richiami operistici di ‘Der Kapitan’, più tutto il folk europeo che vi viene in mente e ovviamente gli immancabili passaggi pop ma mai troppo spregiudicati (vedi ‘Tea With Cinnamon’); mentre se volete un assaggio di cosa ha convinto il tribunale di Oslo a far internare le nostre nella clinica psichiatrica ‘San Burzum da Bergen’ provate ad ascoltare la canzone che dà il titolo al disco. Sembra una lista della spesa vero? E invece è solo parte di quanto si può trovare dentro ‘Le Pop’. L’estro è alle stelle e le nostre orecchie ringraziano. Se dopo essermi praticamente sbrodolato tessendo le lodi di queste quattro signorine nordiche ancora non avete capito bene che tipo di musica suonano, innanzitutto vi invito a visionare i video a fondo articolo e di ascoltare tutto ciò che di legale trovate su internet (non venitemi a dire poi che i Metallica vi hanno fatto causa per colpa nostra), dopodiché una volta aver finalmente preso coscienza che questo è il gruppo musicale definitivo in the world che tutta la Repubblica Galattica ci invidia, vi potete tranquillamente scapicollare giù dalle scale del vostro condominio per fiondarvi nel vostro negozio di cd di fiducia a comprare sto benedetto album. Anche se il vero spettacolo le nostre malate di mente preferite lo danno in sede live sui vari palchi che le ospitano, ma l’acquisto è obbligato lo stesso. Senza che fate tanto i furbi.

http://www.myspace.com/katzenjammerne

13
set
10

“Sigh No More”: hey mà, stirami il gilet!

James says… Vi risparmio tutto l’incipit che avevo in mente durante il quale sbrodolavo lodi nei confronti dei Mumford & Sons. Vi dico solo che -stando con i piedi ben per terra- questi quattro inglesotti per me sono stati un’illuminazione, un po’ come quando vai all’Ikea di Traversetolo e ti trovi davanti l’ultimo modello di portavasi Skörd. Ecco, l’esempio è perfetto. Passi tutta la giornata fra gli scaffali che contengono trilioni di puttanate girando a vuoto come fanno i turisti giapponesi al Colosseo, ma poi quasi per sbaglio capiti davanti all’oggetto che ti cambierà per sempre la vita. Bè, più o meno. Musicalmente parlando il loro è una sorta di ponte virtuale fra l’irish folk e quello a stelle e strisce, il tutto ammodernato con una buona dose di indie rock e una ricercatezza di base che rende la loro proposta un pelo diversa da quanto si può ascoltare in giro. Perché scavando un po’ nella palta se ne trovano di gruppi folk similari, volendo provenienti anch’essi dalla terra albionica, ma i nostri c’hanno la marcia in più. Sarà la voce rauca ma intonatissima e malleabile del buon Marcus Mumford, saranno i cori di accompagnamento impregnati di pathos esattamente quanto basta per inumidire l’occhietto, saranno le smandolinate furiose di Winston Marshall o le agrodolci e mai banali melodie che sti quattro tirano fuori con la stessa semplicità di come si tira fuori una caccola dal naso fermi al semaforo; sarà l’effetto serra, saranno le poppe di Emanuela Folliero, sarà Roberto Giacobbo che non c’ha mai capito un casso, sarà quello che volete, ma si sente proprio che i nostri sono a loro agio nello scrivere canzoni e nel miscelare gli ingredienti che le compongono. I pezzi risultano sempre freschi e ognuno ha una sua caratteristica particolare, così come notevoli sono le atmosfere più soffuse e riflessive che i nostri tratteggiano con una naturalezza disarmante. I testi per giunta non potevano che essere intimisti e poco scontati; si parla di vita, di sentimenti ricambiati o meno, di gioie e di rimpianti, di storie di tutti i giorni e di storie un po’ fuori dall’ordinario, e lo si fa sempre come se fosse un vecchio amico a parlarci. Quando ho ascoltato questo disco la prima volta ho chiuso gli occhi e m’è subito sembrato di essere in una birreria di Londra durante una giornata di pioggia, mentre sorseggiavo una pinta di bionda e osservavo attraverso i vetri appannati la gente che si lasciava trasportare dalle proprie vite, o che semplicemente affrettava il passo in cerca di un riparo. Poi ho aperto gli occhi e mi sono reso conto di abitare in un paesino di cinquemila anime ai confini fra Calabria e Basilicata, e quel giorno lì faceva pure un caldo boia. Bè, devo ammettere che l’effetto trasporto gli è perfettamente riuscito. Mi sa che alla fine anche senza l’incipit ho sbrodolato lo stesso. Ma i Mumford e Figli se lo meritano tutto, provare per credere. E poi nella musica non bisognerebbe concentrarsi sull’aspetto esteriore dei musicanti, ma i gilet e l’abbigliamento campagnolo che indossano con becera fierezza nonostante l’orda di emo alle porte delle case discografiche di tutto il mondo gli fa guadagnare una bella manciata di punti extra. Io ho appena ordinato su eBay un gilet color sporco e una camicia da boscaiolo con le toppe sui gomiti. Il pantalone che usava mio nonno per andare in campagna lo faccio mordere al cane e sono a posto. Grandi.

www.myspace.com/mumfordandsons

08
apr
10

“Life Starts Now”. Perché un diamante è per sempre.

Tom says… A volte dalle pieghe di un sovraccarico lettore mp3 riemergono gemme. Non i soliti diamonds in the rust, stiamo parlando di vere e proprie gemme. Grosse come noci di cocco. Telefonare DeBeers per preventivo. Come l’ultimo Three Days Grace, per dire. E non è neanche un disco nuovo. Manco i 3DG sono un gruppo nuovo, se proprio. ‘Life Starts Now’ è un prodotto dell’anno scorso e i 3DG a curricolo con questo ci piazzano la terna. Però come al solito l’american fm rock, un po’ roghenrol, un po’ post-grunge un po’ arrampica classifiche da noi stenta, Creed e Nickelback a parte. Eggià, perché i nostri amichevoli Three Days Grace di quartiere negli States e nel loro natìo Canada sono già un nome caldino caldino, frequentemente in tour e promosso come si deve. Televendiamoli anche da noi, no? Dunque, musicalmente li abbiamo già inquadrati, è inutile. Il problema se mai è che un paio di etichette non rendono grande giustizia ad un disco a dir poco epocale come questo. Certo, la melodia di ‘Lost In You’ gira la scena modern melodic rock da un tot, certo gli arrangiamenti furbeschi dei frangenti più duri (la spaccona ‘Bitter Taste’ o ‘The Good Life’) sono poca cosa se visti in prospettiva, certo le prestazioni individuali non sono particolarmente geniali, ma la realtà complessiva di ‘Life Starts Now’ è decisamente più ampia. E’ ampia grosso modo quanto la mia stempiatura. E dal barbiere spendo sempre meno, io. ‘Life Starts Now’ è un concentrato pauroso di singoli feroci, di orgasmi da tre minuti netti, tipo per dire il primo singolo ‘Break’ che strutturalmente rasenta la perfezione. ‘Life Starts Now’ è un greatest hits di puro rock da combattimento, bullo a sufficienza da diventare il re della festa ma anche profondo quanto serve da abbassarsi le luci, silenziare i watt e rivestirsi di orchestrale (giusto una: ‘Last To Know’). In poche parole il nuovo parto dei Three Days Grace è semplicemente enorme. Un diamante è per sempre. Come dice DeBeers.

www.myspace.com/threedaysgrace

06
apr
10

“Trespassers”: suicidal-pop from Denmark. Ma col sorriso sulle labbra.

Daniel says… “C’è del marcio in Danimarca”: mai citazione fu più appropriata. Parliamo infatti dell’ultimo studio-album dei Kashmir, l’autorevole risposta danese al rock melanconico portato in auge dai Coldplay e dall’immenso stuolo di imitatori che la band britannica si porta appresso. Il marcio dove sta? Guardando le diverse riprese live che è possibile trovare su YouTube, ci si rende facilmente conto di una paio di cose. Primo: i Kashmir, a casa loro, sono un nome che fa piuttosto tendenza, un po’ come da noi la fanno gli erotomani della De Filippi (lo stesso abisso che separa i Vanzina da Lars Von Trier). Poi c’è la parte saliente di tutta la “questione Kashmir”: perché se è vero che i nostri,  in alcuni frangenti, fanno di tutto per assomigliare ai migliori Coldplay, sfido io il buon Chris Martin a fare un video come questo e ad uscirne senza una denuncia per istigazione al suicidio. E meno male che siamo nel 2010 di ‘Trespassers’, disco che bene o male comincia a prendere le distanze dai ritmi da flebo e dalle sonorità semi-acustiche che hanno caratterizzato i Kashmir negli ultimi dieci anni, perlomeno fino all’ultimo lavoro in studio del 2005 ‘No Balance Palace’. ‘Trespassers’, da un punto di vista strettamente musicale, segna quindi un nuovo inizio per il quartetto danese: l’elettronica è finalmente sfruttata a 360 gradi (‘Intruder’), le ritmiche cominciano ad assumere una forma propria e piuttosto quadrata, sull’onda del successo degli Editors, e poi vabbeh, il songwriting monumentale di Kasper Eistrup e soci tende ancora una volta a diradare tutte le ombre che potrebbero avvicinarsi all’universo Kashmir. Non è un caso se il lento ‘Bewildered In The City’ sfiora i massimi storici del suo genere (chi ha detto ‘The Scientist’?) e se, subito dopo, con ‘Pursuit of Misery’, i nostri scrivono un ritornello che si divora tutto l’ultimo Coldplay in un sol boccone. Tra una cosa e l’altra, quasi dimenticavo i due singoli (‘Mouthful Of Wasps’, ‘Still Boy’), che tanto brutti non sono, e un altro paio di passaggi da applausi che lascio alla vostra buona volontà. Non basta? Allora per la serie “facciamoci del male”, in Danimarca vanno forte anche i Saybia, ennesimo caso patologico a supporto della battuta con la quale ho aperto questo mio sproloquio.

www.myspace.com/kashmiryeah

18
mar
10

Fast Juke-Box #2: un po’ di musica trooooppo giusta.

C’è fermento nel sottobosco christian rock. Che non è una frase messa li a caso. Almeno non del tutto. Un giorno, girando un po’ a casaccio su internet fra un backstage di Kaley Cuoco per Maxim e l’ultima colonna vincente del Superenalotto, esce fuori che ci sono un casino di gruppi tutti appartenenti alla stessa schiera musicale, o comunque con attinenze molto simili, e tutti degni di nota. Chi più chi meno ovvio. Quindi perché non spendere due righe per portarli alla vostra attenzione? E non era retorica la domanda, restiamo davvero in attesa di una vostra risposta. Qui di seguito troverete sintetizzate un po’ di impressioni su qualcuno di questi gruppi, ma il vaso di Pandora è appena stato scoperchiato. Per cui “the best has yet to come”, come diceva Renzo Arbore credo.
Per restare in tema di detti popolari di solito si dice dulcis in fundo, ma la cartuccia più interessante me la voglio sparare all’inizio. Due cose al volo, forse tre: si chiamano Flyleaf, c’è una donna con un suo perché alla voce (anche se non ai livelli di Sarah Anthony o Dawn Michele, ma va bene così), e il loro rock nella sua semplicità è piuttosto eclettico. I nostri sono alfieri di atmosfere sì melodiche ma non linearissime, con un occhio di riguardo a momenti più ‘nerboruti’ anche se con l’attenzione per il ritornello sempre presente. A loro piace spezzare i pezzi e renderli nervosi ogni tanto, ricercare sonorità particolari e d’impatto senza però dimenticare che il loro jolly è la bella voce di Lacey Mosley, quindi anche ammaliare l’ascoltatore con aperture melodiche non appena possibile. E ci riescono, cavolo. Nel loro esordio del 2005 era molto più marcato il senso della forma-canzone, il che permetteva ai pezzi di arrivare prima -senza però per questo essere scontati- e regalare dei refrain memorabili (‘All Around Me’ o ‘So I Thought’ su tutti), cosa che nel successivo ‘Memento Mori’ manca un po’. La scelta di intricare di un paio di tacche il songwriting regala spunti piuttosto interessanti ma delude un po’ i ricercatori della melodia da stamparsi in testa al primo ascolto, anche se senza dubbio il livello resta decisamente alto. State pur tranquilli, i pezzacci naturalmente ci sono anche qua, tipo ‘Beautiful Bride’ o ‘Chasm’, oppure da ‘The Kind’ in poi a chi tocca nun se ‘ngrugna. Insomma, manca il singolone da farvi ribaltare le orecchie, ma pezzi di livello comunque ce ne sono non pochi. Un’evoluzione? Un passo più lungo della gamba? Di sicuro è un punto di svolta che implica futuri perfezionamenti. Finora le loro qualità gli hanno permesso di stare a galla nel marasma dei gruppi di rock da classifica e di conquistarsi sin da subito un posto di spalla ai gore-porno-grinders-a’cappella Korn (sempre ammesso che possa considerarsi un merito), ma adesso bisogna vedere dove andranno a parare e in che modo spareranno le loro numerose e validissime cartucce. La sensazione è quella che si può ben sperare, ma, giusto per concludere con un altro luogo comune, il terzo disco è quello cruciale. E speriamo che loro ‘crucino’ a dovere, perché ce la sanno non poco…
Altro gruppo che scotta sono i Kutless, capitanati dal Billy Corgan dei poveracci, Jon Micah Sumrall. Ora, bravi sì, simpatici anche, ma con qualche allarmante crisi di personalità. Se c’è una caratteristica che questi ragazzotti dell’Oregon non hanno infatti è la costanza, perchè ai nostri piace cambiare stile con la stessa frequenza con cui ci si cambia le mutande, più o meno. Dopo una mappata di dischi acerbi e altalenanti, nel 2008 i nostri hanno sfornato ‘To Know That You’re Alive’, piccola gemma di rock energico e aggressivo ma al tempo stesso con degli inserti melodici che stimolano la prostata senza problemi. Non passa neanche un anno e sotto mano poi uno si ritrova l’ultimo ‘It Is Well’, e allora lì inizia a porsi qualche domanda se non l’ha già fatto prima. L’ultimo loro lavoro prende piuttosto nettamente le distanze da T.K.T.Y.A. prediligendo atmosfere molto più ariose e ‘smielate’ che strizzano spesso e volentieri l’occhio al pop più spregiudicato, roba che anche Bon Jovi e Chris Daughtry avrebbero qualche pudore a comporre. Si si, via il nervosismo. Metti mai che il Signore si incazza? E allora via libera a sviolinate (in senso metaforico) di una melodia non zuccherosa, deppiù, e rinneghiamo le sfuriate elettriche che hanno fatto di ‘To Know That You’re Alive‘, ‘The Disease & The Cure‘ e ‘Overcoming Me‘ dei pezzi dell’altro mondo. Che poi parliamoci chiaro, il risultato finale non è male eh, anzi regala delle perle di melodia davvero degne di nota, solo che se i nostri avessero sfruttato ancora il quasi perfetto modus operandi di T.K.T.Y.A. probabilmente ora staremmo ascoltando un piccolo capolavoro, e non solo un disco piacevole. Ma vabbè, non si può avere tutto dalla vita no? L’importante è sapere che i nostri c’hanno du maroni quanto cocomeri e che se vogliono possono dominare la concorrenza abbastanza in scioltezza. Noi del blog per il compleanno del pelatone gli regaliamo un Tom Tom e una bussola. Speriamo che sappia utilizzarli a dovere. Io personalmente li preferisco quando tirano fuori le unghie e non quando si ci passano sopra lo smalto, ma sappiate che David Cook sta piangendo da cinque mesi senza sosta.
Tema: Riassumetemi brevemente i Seventh Day Slumber. Svolgimento: A me sembrano dei Seether meno depressi e più ghei. Voto: 8. I più attenti avranno intuito dal criptico incipit che questi texani non sono certo delle cime per quanto concerne l’originalità. Piccola e fulminea considerazione: ‘Take Everything’ è il loro settimo parto, e cacare sette dischi per restare bene o male sempre nello stesso punto dal quale sei partito non è un grande traguardo. Quello che ci offrono i colleghi di etichetta dei Kutless è un numero tot di pezzi un po’ troppo standard, infarciti di melodie facili facili ma neanche ragionate più di tanto. Per la serie “carini sì, ma l’originalità magari facciamo un’altra volta dai”. La spina dorsale si vede poco, demerito dei pezzi decisamente poco fantasiosi come accennato (se i Rage Against The Machine ascoltassero l’intro di ‘I Can Only Imagine’ partirebbe una battaglia legale senza precedenti), troppo simili fra loro e a volte proprio scialbi, che sembrano non voler andare da nessuna parte (‘Carry Me’ ad esempio, ma la lista è ben più lunga); e demerito anche della qualità degli ingredienti del pappone, con una sezione strumentale perennemente a cavallo fra la dimensione acustica e quella amplificata, dualismo che per come viene usato da loro non li fa sembrare né carne né pesce. ‘Take Everything’ stanca subito, e alla fine di questo disco ciò che resta sono solo pochi momenti (tipo ‘Surrender’ o ‘Mighty To Save’), ma anche questi non eccessivamente memorabili. Ci sono tante balere sparse per il mondo; se casomai non vi riuscisse manco l’ottavo forse sarebbe il caso di ampliare un po’ i vostri orizzonti.
18
mar
10

Fast Juke-Box #1: recensioni veloci veloci da leccarsi le orecchie.

Negli ultimi giorni ho scartabellato un po’ il catalogo Napalm Records ed è uscito qualcosa di interessante. Ordunque: Mortemia è il nuovo progetto di Morten Veland, ex Tristania, correntemente Sirenia. E che minchia ce ne facciamo di questi nuovi Mortemia? Poco, a dir la verità. Perché pur sempre di gothic si tratta. In sostanza Morten “necessitava” di un progetto completamente solista (come se gli altri fantoccetti intercambiabili nei Sirenia contassero qualcosa ma vabbè) dove il nostro potesse fare il diavolo a quattro più del solito. Eccoci accontentati: lo stile è decisamente riconoscibile, anche se agli ascoltatori attenti noteranno che le lancette si spostano indietro. Il modus operandi dei Mortemia è il sympho gothic metal modello anni ’90, scevro quindi di contaminazioni dark-electro e da linee vocali mutuate dal dark-pop anni ’80 che anche i Sirenia hanno pian piano acquisito. Progetto riuscito? Abbastanza, anche se i propagandati paragoni con ‘Beyond The Veil‘ dei Tristania non reggono, nonostante buoni pezzi e un uso efficace del coro. Ah no, non ci sono le poppe. Mort(en)acci sua. (tsa)

www.myspace.com/mortemiano

I The Kandidate invece spuntano veramente dal niente e a mio personale avviso ci stanno per tornare. Nonostante la mente dietro al tutto sia Jacob Bredahl, ex Hatesphere e ex Allhelluja, accompagnato da un paio di ex Withering Surface. Che con Bredahl non si vada tanto per il sottile è scontato ed infatti siamo davanti ad un lotto di thrash/death/hc  abbastanza old-style (Slayer che ti cadono dalle tasche, Sick Of It All, il vecchio crossover, Entombed, Dismember) con un suono a volte sporco e abbastanza crunchy. Il songwriting è d’impatto e volutamente canonico, la produzione è buona, l’attitudine è cazzara e vuole strizzare l’occhio anche a tutto ciò che è crust/crossover/hardcore (tipo così)ma qualcosa non torna, a partire dai vari tentativi di Bredahl di impostare la propria voce secondo le varie scuole, non tutti riusciti. Se non sapessi che c’è Bredahl di mezzo li avrei presi per dei newcomer qualsiasi. Al giorno d’oggi con un bello studio si fanno miracoli. Killfuckdie. (tsa)

www.myspace.com/thekandidate

Marò, i Troll. E’ dal lontano 2001 che i Troll non si fanno vivi. E al tempo fu ‘Universal’, black metal mezzo industriale mezzo sperimentale come si provava a fare allora (e in tanti producevano porcherie). Non che quel disco fosse brutto (con suo fratello ‘ The Last Predators’) non che fosse suonato male (Hellhammer batteria più altri figuranti di valore), ma non erano più i Troll. I “veri” Troll sono rimasti, sempre, la prima band di Nagash, divenuto celebre come bassista di Dimmu Borgir e The Kovenant. I veri Troll sono stati consegnati alla (mini)storia del black metal dal primo ‘Drep De Kristne‘, capolavoro del sympho black metal made in norway. Nove anni dopo l’ultimo disco, ben quattordici dal suddetto drep vattelapesca, i Troll riemergono dalle nebbie di Bergen Bassa. Il cerone è un po’ scolorito, certo, le borchie invece sono state tenute bene. Nagash è sempre più brutto, ma non è che sia così fondamentale. Ciò che conta è che ‘Neo Satanic Supremacy’ è un signor disco di symphonic black metal come non se ne sentivano da tempo. E non stiamo parlando di musica in parte ‘sympho black’ ma di un cassetto polveroso che si apre e tira fuori Dimmu Borgir pre-telenovela, Old Man’s Child o Thy Serpent. Giusto per restare in Norvegia dai parenti stretti. Fa molto capatina nel passato, ma funziona che è una meraviglia. Per nostalgici scorreggioni blecmedal. Io c’ero. (tsa)

www.myspace.com/troll

Indomiti come la gastroenterite tornano anche gli Heidevolk. ‘Walhalla Wacht’ ha giusto due anni e adesso è il turno di ‘Uit Oude Gron’ che se non mi ricordo male nel dialetto di Sondrio dovrebbe voler dire ‘Va a laurar, barbun!’ o qualcosa del genere. Titoli differenti a parte, gli Heidevolk non si muovono di un millimetro da dove ci avevano lasciati, ovvero dal loro viking/pagan/folk di matrice germanica che tanto in questi anni funziona. Skyforger, Otyg, primi Menhir e tutte quante le nuove leve che puntano su un cantato baritonale e ritmiche heavy metal.  Pur se arricchite da qualche orpello tipicamente folk (un violino, un flauto o un maranzano di sorta) le composizioni degli Heidevolk restano heavy metal songs travestite. Travestite a volte bene, a volte giusto quel che basta per tirare a campare. Bel dischetto, ma super-clonato dai precedenti. A voler proprio cercare il pelo nell’uovo i nostri hanno negli anni migliorato i suoni e un po’ le capacità di arrangiamento. Per il resto sapete cosa aspettarvi. Moltiplicatelo per due così state sicuri. (tsa)

www.myspace.com/officialheidevolk

Terzo disco anche per i Van Canto, che fanno metal a cappella. Non per voler fare lo spiritosone, però secondo me i Van Canto fanno più metal alla cazzo. Metal a cappella vorrebbe dire che cantano in cinque più un batterista. Un po’ come i Neri Per Caso più uno che mena dietro. Già, perché basso, tastiere e chitarre vengono riprodotte con la voce e se immaginiamo il tutto con le prese di corrente, quello che dovrebbe venir fuori è un power-metal stile Sonata Arctica, Freedom Call o Helloween anche se purtroppo ho paura che saremmo più vicini al power-metal più deteriore dei secondi anni ’90. Ragazzi, io ci ho provato, però non riesco a non concepire i Van Canto più di una stranezza da festival. Da qua a produrre regolamente dischi ce ne dovrebbe passare. Però come dire, io sono qua a menarmela, mentre loro sono al terzo album. Un po’ più oggettivamente, se vi piace il power metal e l’uso smodato di cori, un ascoltino lo si può dare, perché formalmente ‘Tribe Of Force’ qualche bel momento ce l’ha: passati i primi singoli però la qualità scente parecchio, un po’ come nei precedenti episodi, quasi a confermare che la band non ha ancora in canna le potenzialità per sfornare un disco completo. Se mai ce le avrà. Mah. (tsa)

www.myspace.com/vancanto

16
mar
10

“Fireflight”: For those who ghei…

James says… Come dice il saggio: nella vita ci vuole culo. Nelle grandi come nelle piccole cose. Io nel mio piccolo l’ho avuto nell’imbattermi in questo gruppetto di christian rock, il gruppetto in questione invece l’ha avuto nel trovare gli ingredienti giusti per la pozione che gli farà dominare le radio e le emittenti televisive del globo terracqueo. Quando si mescola un rock energico da classifica ad un senso melodico degno dei Coldplay più ispirati, ciò che ne esce fuori fa tremare la terra. Se poi aggiungiamo al tutto un bel donnino con una bella voce dietro al microfono allora non c’è proprio pane per nessuno. Infatti da gruppetto della provincia Floridiana praticamente sconosciuto anche da loro stessi quali erano, i nostri non ci hanno messo molto ad arrivare alle posizioni alte delle varie charts musicali e a conquistarsi un contratto col colosso Sony BMG. I ragazzi qua ce la sanno, c’è ben poco da fare. E questo disco sembrerebbe proprio quello definitivo. Altri tre ne sono stati pubblicati prima di questo sotto l’effige dei Fireflight, ma nessuno vantava una concentrazione così alta di singoloni da classifica, nonostante gli ultimi due alla loro uscita siano stati consecutivamente eletti dischi dell’anno dall’Arcighei di Cernusco sul Naviglio. For Those Who Wait I ritornelli di ‘Core Of My Addiction’, ‘Desperate’, ‘New Perspective’, ‘You Give Me That Feeling’ o della titletrack ‘For Those Who Wait’, sono quelli che canti sotto la doccia anche dopo aver ascoltato per intero Bleeding Profusely quattro volte di fila, dopo aver sgozzato il maiale e fatto salsicce per tutta la famiglia. Dei pezzi come ‘Name’, ‘Recovery Begins’ e ‘All I Need To Be’ non ne parlo proprio. Potrei ritrovarmi i Necrophobic sotto casa con intenzioni poco amichevoli, e onestamente preferirei evitare. Eppure di speciale non è che abbiano tantissimo questi Fireflight, parliamoci chiaro. La figa? Già vista e rivista. Il rockettino easy listening? Già sentito e strasentito. Le terribili acconciature dei componenti? Lasciamo perdere và. Effettivamente ascoltandoli ti vengono in mente decine di gruppi con caratteristiche simili, ma nessuno di quei gruppi magari mescola le carte come fanno loro, e questo è il loro pregio più grande. Citando il nostro caro Tom Sizemore Araya, c’è chi i dischi li scrive e chi li scrive bene. E’ un discorso trasversale che vale un po’ per tutti i generi, e raccoglie anche loro. In realtà sembrerebbero più una macchina da guerra intenzionata a reclutare orde di emo-fans in tutto il mondo, una sorta di Visitors in preparazione per l’attacco finale. Bisogna vedere se hanno culo abbastanza da riuscirci. Il loro seguito già lo hanno, ma con le carte che hanno in mano possono sicuramente ambire a qualcosa di più. Quant’è vero che la Marisa usa assorbenti interni. Coldplay tremate, i Fireflight son tornati! E se non sfondano definitivamente con questo disco mi do al curling, promesso.

http://www.myspace.com/fireflight

14
mar
10

“Coronary Reconstruction”: nostalgia, nostalgia frattaglia.

Tom says… Tenere immutata una line-up degli Aborted è come chiedere a Robert Pattinson di essere espressivo. Eppure, nonostante le tonnellate di cambi, i dischi di Sven DeCaluwe e comprimari vari si sono sempre mantenuti di buona qualità. Certo, nell’ultimo periodo il nostro ha cercato di sperimentare e di ammodernare un po’ il brodo (e non tutti sono rimasti soddisfatti), ma il trademark Aborted non si è ancora scolorito. Anche perché, Svenciolone nostro, dopo aver cacciato praticamente tutti a fine 2009 e aver reclutato una line-up internazionale (e quindi finta) ha riportato le lancette ai tempi di ‘Goremageddon‘. Sì, avete sentito bene: l’ep ‘Coronary Reconstruction’ è un chiarissimo omaggio al melodic/brutal death di qualche disco fa. Non mi pare il caso di sindacare sui ma e sui perché, visto che ciò che conta è la qualità dei pezzi. Dannatamente alta. Il super tupa-tupa della title-track, gli accenti Carcassiani di ‘Grime’ e la furia gore di ‘From a Tiepid Whiff’ (che si conclude con un elegantissimo sampler di uno scaricone di diarrea – e non scherzo) parlano da soli. Chiude le danze una versione del classico ‘Left Hand Path’. Che dire, gli Aborted sono tornati completamente indietro e azzeccano stilisticamente la mossa. Personalmente non mi erano dispiaciuti gli esperimenti di ‘Slaughter And Apparatus‘  e di ‘Strychnine 213‘ ma non mi lamento nemmeno così. Adesso tu vai a sapere se il prossimo full-lenght sarà così. Macheccefrega. To the gore!

www.myspace.com/abortedmetal

11
mar
10

“The World Is A Thorn”: Fratelli, cristiani e simpatici. Ma anche thrash. Ma anche melodici.

Tom says… A forza di dai, ce l’hanno fatta pure i Demon Hunter. Che, nonostante il nome, non fanno truemetal, né thrash death, né metalcore. Ma partiamo dall’inizio. I Demon Hunter sono ammeregani, di Seattle, e non vogliono aver niente a che spartire coi Nevermore a quanto sembra. Si autodefiniscono, o vengono definiti una band tra l’alternative metal e la NWOAHM. Che detto così ti passa già la voglia di sentirli. E non è che non vi darei torto. In sostanza invece a cosa ci troviamo davanti? A uno degli ibridi più buffi di sempre. Non coraggiosi, signori, non sperimentali, caro pubblico, buffi. Buffi perché i Demon Hunter all’anagrafe fanno capo alle persone dei fratelli Don e Ryan Clark, due che col buon Dio hanno un conto aperto ancora dal concepimento. Eggià, perché sono proprio belli. Ma sono anche cristiani convinti. Allora riprendiamo le fila del tutto: due tizi belli, cristiani, che suonano un misto tra alternative metal e nwoahm. Il mistero si infittisce. Ok, ok, stacco con le ca**ate. ‘The World Is A Thorn’ è il quinto full per i nostri e ciò che finora li ha tenuti lontani da un possibile e meritato successo intergalattico è la miscela. Non puoi non ridere di fronte ad un gruppo che ti spara delle bordate modern-thrash o nu-metal pesanti e due pezzi dopo ti regala un singolo che pure i Cold si sarebbero vergognati a fare. Un singolo come questo. E’ stato fondamentalmente questo il problema di dischi pur discreti come ‘The Tryptich’ o ‘Storm The Gates Of Hell’: non complesso non erano credibili. I Demon Hunter sono finora passati per gente che raccoglie di qua e di là, e non assembla nemmeno bene. ‘The World Is A Thorn’ è diverso? Ebbene sì. Finalmente i nostri sembrano aver trovato una quadratura del cerchio, almeno parziale. E’ così che nasce un pezzo come ‘Descending Upon Us’: struttura post alla Machine Head (quelli puliti del disconosciuto ‘The Burning Red’) o tipo Lamb Of God pettinati, grande capacità di arrangiamento, ritornello melodicissimo ma non fuori posto. Non è la prima volta che i Demon Hunter azzeccano il pezzo, il loro problema è sempre stato durare una decina di pezzi. E stavolta invece succede. ‘Lifewar’, la title-track e ‘Feel As Though You Could’ le mettiamo nelle frustrate modern-thrash in cui come detto i Machine Head fanno la parte del leone. ‘Collapsing’, ‘Driving Nails’ e ‘Just Breathe’ invece vanno nella scatoletta dei singoli commercialissimi ma riusciti. I Demon Hunter stavolta sembrano essere riusciti a mettere su una credibile versione di loro stessi dove possono menar le mani sugli strumenti ma anche fare un po’ gli american-rockers da classifica. Detto questo, ‘The World Is A Thorn’ è difficile da descrivere perché cerca di mettere insieme due estremi apparentemente inconciliabili. Stavolta i Demon Hunter sembrano avercela fatta. Originalità zero, capacità di composizione otto. Stavolta.

www.myspace.com/demonhunter







Chi siamo?

Probabilmente nessuno di importante. Però potrebbe interessarvi ciò che scriviamo. Se avete i nostri gusti, magari. Ma anche se non li avete.



Contatto? Yep, here.
kramercontrokramer AT gmail.com



Risposta garantita? No. Ce la tiriamo? Non ce lo possiamo permettere. E' che talvolta abbiamo da fare.








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