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07
apr
10

After Dark 2009 #1: “Autopsy”. The Wizard Of Gore Is Back!

Dopo una esauriente diesamina dell’edizione 2010, facciamo un passo indietro nel tempo per vedere le proposte dell’After Dark Festival 2009, altre otto pellicole di genere thriller/horror. Per chi ancora non sapesse di cosa stiamo parlando, prego leggere qui.

Tom says… Che ficata. ‘Autopsy’ è l’opera prima alla regia di Adam Gierasch, ufficialmente esploso con il folle remake di ‘Night Of The Demons’ presentato alcuni mesi fa e che un po’ tutti attendiamo in dvd. Il nostro, oltre a dirigere, è da un po’ nel giro giusto avendo scritto film per Tobe Hooper, Argento e altri ancora (e oltre a questo è pure attore comprimario qua e là). Tutto questo per dire che Gierasch è uno molto attivo in questi anni. No, non è un genio e molte delle sue sceneggiature non sono solidissime, ma è di sicuro innegabile che il nostro abbia talento per il genere. ‘Autopsy’ lo conferma pienamente: è il film più genuinamente visionario in campo horror/gore da qualche anno a questa parte. La trama è veramente da sottobicchiere della birra: incidente stradale, clinica isolata, gruppo di giovani carne da macello sottoposti ai bizzarri esperimenti di una sinistra equipe medica. Tutto il resto è bassa, bassissima macelleria. Ma con gusto. Primo: la messa in scena è straordinaria. Grazie ad una fotografia azzeccatissima, a luci coloratissime e a scenografie adeguate, il Mercy Hospital dove si aggirano i nostri è pressoché già culto: sinistro ma realistico. Secondo: la trama è quello che è, e ce ne accorgiamo subito. Un par di machecazzo bussano alla porta qua e là e c’è un elemento soprannaturale ogni tanto che non si capisce granché bene a cosa serva. Terzo: nonostante questo, il film è spettacoloso; per un motivo semplice: l’immaginazione di Gierasch è fenomenale. Immaginate Herschell Gordon Lewis, Stuart Gordon e Brian Yuzna. Gore inventivo, umoristico e sorprendente. Quarto: Jason ‘T1000’ Patrick è gigantesco nel suo ruolo di medico folle e si candida al miglior medico pazzo dai tempi di Jeffrey Combs. Quinto: Gierasch non è tutto sano. Di porcherie ne ho viste tante, ma di coreografie gore precise e puntuali come queste gran poche. Andiamo oltre all’eccesso di Gordon Lewis, andiamo oltre alle bizzarrie compositive di Yuzna e Gordon. Siamo in un territorio dove le parti del corpo, smembrate e sezionate tornano ad essere protagoniste in composizioni dal chiaro gusto artistico. E’ un carnevale della follia da sala operatoria, ‘Autopsy’, una serie di scenette progressive legate da un filo spesso troppo sottile. Il talento di Gierasch però riesce a tenerle insieme quanto basta e a servirci un piatto gustosissimo. Se volete pote considerarlo il Re-animator che non è mai stato prodotto. Ci vuole gran poco.

…Ovvero tutto ciò che la vostra ragazza non vedrà mai perché si sta coprendo gli occhi. Direttamente proporzionale a quello che dopo non vedrete voi in caso questo sia un film brutto!

Ah, ‘Autopsy’ nonostante non sfrutti ambienti sudici, fotografia livida e messa in scena pseudo-snuff di roba ne ha da vendere. Ci sono un paio di sequenze tutte intestate alla macellazione più pura, un tentativo di trapanazione in testa live con soggetto cosciente, carrettini pieni di braccia e gambe e perfino una meravigliosa esposizione ordinata di tutti gli organi interni! Yummi!

06
apr
10

“Trespassers”: suicidal-pop from Denmark. Ma col sorriso sulle labbra.

Daniel says… “C’è del marcio in Danimarca”: mai citazione fu più appropriata. Parliamo infatti dell’ultimo studio-album dei Kashmir, l’autorevole risposta danese al rock melanconico portato in auge dai Coldplay e dall’immenso stuolo di imitatori che la band britannica si porta appresso. Il marcio dove sta? Guardando le diverse riprese live che è possibile trovare su YouTube, ci si rende facilmente conto di una paio di cose. Primo: i Kashmir, a casa loro, sono un nome che fa piuttosto tendenza, un po’ come da noi la fanno gli erotomani della De Filippi (lo stesso abisso che separa i Vanzina da Lars Von Trier). Poi c’è la parte saliente di tutta la “questione Kashmir”: perché se è vero che i nostri,  in alcuni frangenti, fanno di tutto per assomigliare ai migliori Coldplay, sfido io il buon Chris Martin a fare un video come questo e ad uscirne senza una denuncia per istigazione al suicidio. E meno male che siamo nel 2010 di ‘Trespassers’, disco che bene o male comincia a prendere le distanze dai ritmi da flebo e dalle sonorità semi-acustiche che hanno caratterizzato i Kashmir negli ultimi dieci anni, perlomeno fino all’ultimo lavoro in studio del 2005 ‘No Balance Palace’. ‘Trespassers’, da un punto di vista strettamente musicale, segna quindi un nuovo inizio per il quartetto danese: l’elettronica è finalmente sfruttata a 360 gradi (‘Intruder’), le ritmiche cominciano ad assumere una forma propria e piuttosto quadrata, sull’onda del successo degli Editors, e poi vabbeh, il songwriting monumentale di Kasper Eistrup e soci tende ancora una volta a diradare tutte le ombre che potrebbero avvicinarsi all’universo Kashmir. Non è un caso se il lento ‘Bewildered In The City’ sfiora i massimi storici del suo genere (chi ha detto ‘The Scientist’?) e se, subito dopo, con ‘Pursuit of Misery’, i nostri scrivono un ritornello che si divora tutto l’ultimo Coldplay in un sol boccone. Tra una cosa e l’altra, quasi dimenticavo i due singoli (‘Mouthful Of Wasps’, ‘Still Boy’), che tanto brutti non sono, e un altro paio di passaggi da applausi che lascio alla vostra buona volontà. Non basta? Allora per la serie “facciamoci del male”, in Danimarca vanno forte anche i Saybia, ennesimo caso patologico a supporto della battuta con la quale ho aperto questo mio sproloquio.

www.myspace.com/kashmiryeah

05
apr
10

After Dark 2010 Special: … and the winner is…

Nell’ultima settimana circa vi abbiamo presentato gli otto film del recente After Dark edizione 2010. A parte il fatto che ‘sta idea che mi è venuta ha scoperchiato un vaso di pandora, visto che adesso ho in mente di proporre le pellicole delle scorse edizioni, ecco un post riassuntivo collegato agli otto film di quest’anno.

Cosa vale la pena vedere? Sicuramente Lake Mungo e Dread, mentre risultano godibili ma non completamente riusciti The Hidden, Zombies Of Mass Destruction e The Final, mediocri invece The Reeds, Kill Theory e The Graves. Cliccate sui poster per accedere alle recensioni nel dettaglio. Per la prossima sfornata di After Dark, prima del 2011, guardare attentamente qui. Ci si rivede in autunno, a quanto sembra…

05
apr
10

After Dark Special #8: “Lake Mungo”. Metacinemiamoci così, senza pudor.

Passiamo in rassegna le otto proposte annuali dell’After Dark, concentrandoci sulle novità 2010, uscite da pochissimo sul mercato DVD. Per chi non conoscesse l’After Dark Festival, prego leggere qui. Non è che siano tutte gemme, però val la pena controllare ogni anno cosa salta fuori dalle loro parti…

Tom says… Il lago Mungo non è a Busto Arsizio. Non è nemmeno vicino a Zagarolo. E’ da qualche parte in Australia e con un nome così non credo ci si faccia a gomitate per un soggiorno. Di conseguenza, non so con che cuore la gente si sia avvicinata a questa pellicola. Certo, l’horrorofilo ha dei principi di erezione nell’ordinare dvd con dei titoli tipo questo, questo o questo, ma ‘Lake Mungo’ gioca in un campionato tutto suo. Alice Palmer è una adolescente annegata in una tragedia domestica come tante. Dopo la dipartita però si parla insistentemente ancora di lei a causa dei fenomeni paranormali che coinvolgono la sua simpatica casetta e tengono sveglia la triste famigliola. ‘Lake Mungo’ è perciò un mockumentary su codesta vicenda. Mockumentary che starebbe per documentario finto. Tipo i primi venti minuti di ‘District 9’ o, involontariamente, le decine di serie televisive sulle case infestate, triangoli delle bermuda e curatori miracolosi che girano sulla tv via cavo. Sotto questo punto di vista la pellicola di Joel Anderson è fenomenale: alternanza di footage di vario genere (ufficiale, amatoriale, fotografico, amatoriale zozzo), testimonianze, montaggio chiaro e sequenziale, prova recitativa del cast (tutti buoni attori mai sopra le righe). Eppure, non è questo l’obiettivo di Anderson. ‘Lake Mungo’ è in sostanza un mockumentary sulle presenze paranormali, sulla loro ripresa, la loro diffusione e la loro possibile spiegazione. Abbiamo quindi riprese notturne da telecamere, analisi approfondita di fotografie e compagnia bella. Già. ‘Paranormal Activity’. Lasciamo perdere chi ha preso da chi, l’ormai famigerato film di Oren Peli condivide con il qui presente una sola, singola idea: filmare le presenze. Perché mentre ‘Paranormal Activity’ è un riassuntone delle vicende dell’appartamento dei nostri due piccioncini, ‘Lake Mungo’ è un editing post-prodotto di tutta un’intera vicenda: i fatti, le reazioni, i cambiamenti, i colpi di scena. Ma non è nemmeno questo l’obiettivo di ‘Lake Mungo’ (lo so, me la sto tirando un pochettino). Nei novanta minuti di narrazione delle vicende di Alice siamo più volte portati a confrontarci con una molteplicità di punti di vista e di informazioni. Al punto che talvolta una di queste cambia tutte le carte in tavola. E la bellezza di ‘Lake Mungo’ è tutta qui: Anderson gioca un po’ con lo spettatore ragionando su ciò che si vede, ciò che noi vogliamo vedere, ciò che è realtà e ciò che invece è costruito o artefatto. Blow Up? Forse. Però non credo siano questi i natali di ‘Lake Mungo’. Non direttamente almeno. Un mockumentary ben fatto, su una vicenda legata al paranormale che riflette su cosa è realtà e su cosa è finzione già di suo è un film da vedere. A voi i ragionamenti più o meno filosofici, anche perché ‘Lake Mungo’ è parecchio godibile già di suo senza farsi troppe domande. Filmone.

…Ovvero tutto ciò che la vostra ragazza non vedrà mai perché si sta coprendo gli occhi. Direttamente proporzionale a quello che dopo non vedrete voi in caso questo sia un film brutto!

un cadavere un po’ livido, qualche presenza su registrazioni buie. quasi un non pervenuto.

04
apr
10

“Edge Of Darkness”: mi hanno sparato la figlia. Ma l’ho presa bene.

Tom says… Martin Campbell non se lo fila mai nessuno. Cioè, non è che nessuno gli dia lavoro: è che non lo vedi mai sulle copertine giuste, o ai galà giusti. O con in mano i premi giusti. E anche in caso vinca qualcosa, non se lo fila nessuno lo stesso. Al cinefilo non si riempie la bocca dire: “We, ho visto l’ultimo di Martin Campbell”. Se mai può dire di aver visto “l’ultimo 007” (uno e due), “Zorro” con Banderas (uno e due), o “quel film là sui ghiacciai con quello che faceva Robin nei Batman quelli brutti”. Insomma, Martin Campbell non è uno che ci mette la faccia di solito, e finiscono per mettercela gli attori. E allora ripensandoci su ‘Casino Royale’ ha rivitalizzato il nome della saga di 007 e Daniel Craig a Campbell gli deve mandare qualcosa a Natale finché campa; il primo ‘Zorro’ con Banderas sarà pure deriso ma il suo sporco lavoro al botteghino lo ha fatto. E pure bene. Insomma, Campbell è uno che il suo mestiere è in grado di farlo e come unico difetto ha avuto spesso sceneggiature non propriamente di ferro. ‘Edge Of Darkness’ (qui da noi ‘Fuori Controllo’) è un poliziesco con Mel Gibson ripreso da una miniserie per la tv britannica degli anni 80, tutta scritta e diretta da Campbell. No, non c’è Danny Glover. E nemmeno Gary Busey. Però dai primi dieci minuti ti aspetti che saltino fuori da ogni angolo, perché Martin Campbell, con la complicità di un Mel Gibson decisamente asciutto e in parte, dirige come si faceva una volta. Anche prima degli anni Ottanta. Dai primi minuti e dal botto della prima sparatoria ti aspetti che si corra, ci si scazzotti e si disinneschino bombe come se non ci fosse un domani per un’ora e mezza. Invece tutto il film è l’investigazione/vendetta di un Mel Gibson padre e poliziotto. Al Mel gli hanno sparato la figlia davanti casa, in un mare di sangue brillantante. E allora decide che è il caso di capire. Scribacchia sugli appunti, ricostruisce, ogni tanto sbrocca e pesta qualcuno. Il ritmo c’è, si impenna ogni tanto quando a Craven/Gibson brilla la pupilla. Senza pathos, senza effettoni. Ma son dolori uguale. E volendo c’è pure Ray Winstone, agente di chissà quale agenza governativa agli ordini di se stesso in un ruolo da ricordare per arguzia, ironia e battutoni. A questo punto, se ripenso a dove è andato il poliziesco nell’anno 2010, mi rendo conto degli anni luce che ci sono fra, che ne so, un Mann e un Campbell. Per limitarci a parlare di un modello alternativo che funziona, perché se mi incammino verso questo o questo mi viene un po’ da piangere per come sarebbe ancora facile fare bei film polizieschi. Perché in ‘Edge Of Darkness’ tutto è nitido, lineare, semplice: i cazzotti si danno fronte camera, le pistolettate in faccia, i cattivi sono proprio cattivi, i poliziotti se sono buoni li vedi da lontano manco avessero l’alone dell’hiv e in caso siano cattivi non hanno nemmeno il fegato di guardarti in faccia quando ti tradiscono. La telecamera non è attaccata ad un frullatore, la camera di post-produzione l’hanno vista sì e no cinque minuti, non ci sono metaforoni e citazioni. Il mondo di Campbell è fermo ad un tot di anni fa e Mel Gibson ci sguazza: pettinato, rasato, ben vestito riesce ad essere composto sia quando è in fin di vita che quando dispensa pizze in faccia, filosofia esistenziale e pistolettate. Quindi, nonostante il modello sia antiquato non aspettatevi né la follia di Martin Riggs né la disillusione di Porter. Aspettatevi un poliziesco asciutto, ben diretto (né effettato né stiloso), decentemente scritto e con un paio di sequenze di ammazzamenti da sicuro effetto nostalgia. E’ talmente liscio ‘Edge Of Darkness’ che ho capito benissimo perché in giro non è piaciuto. Semplicemente non è più un film di questi anni, ma di bellezza per uno che ama il genere ne ha. Bellezza che chiameremo caramente palle. Quadrate. Le cose semplici, ben fatte che funzionano ancora. Ovviamente in mano a chi è in grado di farle. High five, Martin.

04
apr
10

After Dark Special #7: “Kill Theory”. L’incredibile storia del killer più genovese del mondo. Quello che li fa ammazzare tra di loro.

Passiamo in rassegna le otto proposte annuali dell’After Dark, concentrandoci sulle novità 2010, uscite da pochissimo sul mercato DVD. Per chi non conoscesse l’After Dark Festival, prego leggere qui. Non è che siano tutte gemme, però val la pena controllare ogni anno cosa salta fuori dalle loro parti…

Tom says… Ma pensa. ‘Kill Theory’ mostra orgoglioso la sua tagline che dice più o meno “in fondo siamo tutti brutta gente”. La solita festa nel cottage, in questo caso villa lussuosa sul lago, si trasforma in un gioco al massacro quando un killer ordina al gruppo di ragazzi di cominciare ad ammazzarsi tra di loro, se almeno uno vuole sopravvivere. Tempo concesso, qualche ora della notte. Dunque, standard slasher con inclinazione self-service. Carino come tutti abbocchino e dopo un paio di tentativi di fuga blandissimi accettino il loro destino. Così salta fuori il ciccione laido colpito dalla sindrome di Palla Di Lardo, la troietta sessomane, la bella squilibrata infelice, l’eroe, il fetido opportunista. E giù di mazzate in faccia grazie alle solite pistole che passano di mano tramite drammatici cambi di equilibrio. Amici un par de balle, come direbbe quella buonanima di mio zio. L’idea alla base di ‘Kill Theory’ non è tanto male, bisogna ammetterlo, però è a mio modestissimo parere, svolta in maniera dozzinale. Siamo di fronte al solito cliché dei teenagers infoiati, odiosi e francamente idioti. Aleggia un gigantesco machecazzo su tutto: i teenagers sono almeno otto (vi prego non fatemelo rivedere per controllare di preciso) e nessuno vuole organizzare un benché minimo piano di resistenza contro UN solo killer che si dichiara tale. Il tempo concesso sono tre quattro ore. Panico in galleria e conseguente svolgimento della trama. Non stiamo parlando dell’enigmista e di trappoloni fuori di testa: il nostro maniaco più di qualche tagliola, un video minatorio e un po’ di stalking non è che abbia progettato, eh. Eppure, tutto si svolge come da sceneggiatura anche in maniera abbastanza rapida e si impenna un po’ nel pre-finale quando si vedranno i vincitori del contest “fight-for-your-life”. E’ vero, in fondo siamo tutti brutta gente. Soprattutto quando vogliamo far passare uno slasher per qualcosa che non è.

…Ovvero tutto ciò che la vostra ragazza non vedrà mai perché si sta coprendo gli occhi. Direttamente proporzionale a quello che dopo non vedrete voi in caso questo sia un film brutto!

Attizzatoio in occhio, tagliolone per orsacchiotti, tizi sparati. Ordinaria amministrazione, dai. Suspense al minimo sindacale.

03
apr
10

“Alice In Wonderland”. Che differenza c’è tra un corvo e una scrivania? Non ne ho la più pallida idea. Ecco, appunto.

Tom says… L’avevo quasi scampata. Ce l’avevo quasi fatta a non vedere questa nuova versione di ‘Alice In Wonderland’. Poi, quasi alla fine della programmazione, complice anche una sala 3D ormai praticamente semi-deserta, ho capitolato. Effettivamente c’è da dire che questa non è una nuova versione, mettiamo le mani avanti. Quello che Tim Burton e Linda Woolverton hanno voluto realizzare è una possibile terza avventura di Alice nel Paese delle Meraviglie (Wonderland) o nel Sottomondo (Underland) o a Cinisello Balsamo (Interland). Quella roba lì, insomma, dietro lo specchio, giù dal buco o fuori dalla tangenziale. Da quanto letto in giro, Burton si è votato al riprendere lo spirito dei due libri originali, alcuni personaggi chiave e realizzare qualcosa di visionario sullo stile di Lewis Carroll, matematico forse un po’ pederasta (ma questa è tutta un’altra storia). Allora: Johnny Depp ce l’ho, alberi e rami contorti ce l’ho, sorrisoni ambigui ce l’ho, Helena Bonham Carter ce l’ho, creature fiabesco-sinistre doppia. Alice adesso ha una ventina di anni, sono 13 anni che non si trippa più nel mondo del coniglio e ci rientra in corsa in occasione della scelta di vita della maturità, la proposta di matrimonio. In questo lo spirito di Carroll non è minimamente intaccato visto che sarà mezzo secolo buono che si riconoscono nell’opera del nostro le tematiche della crescita, della morte che attende, di una spensieratezza infantile che si prende a pizze in faccia con la dura realtà della logica della vita reale e del destino che in qualche modo ci guida. Il problema è un altro magari: che di sottointendimenti di tipo amoroso sessuale in Carroll non se ne è mai parlato, a meno che non siate dalla parte di quelli che interpretano il bruco blu che fuma come simbolo fallico, ma in quel caso vi viene una pacca sulla spalla e la mia sincera empatia. Che brava gente, che siete. Si diceva: bambini versus adulti, fantasia versus realtà, nonsense versus logica. Bene. Alice torna dall’allegra brigata, scopre che il Sottomondo è tiranneggiato dalla solita Regina Rossa e si ritrova a dover compiere la profezia di uccidere il Jabberwocky (portate pazienza, ma non mi ricordo la traduzione italiana e adesso mi viene solo Sfrangiapalle, ma quello di sicuro non era). Lei ovviamente cincischia, matura, ci ripensa, rivaluta il proprio ruolo, prende la spada, si mette l’armatura e bam, stacca la testa al dragone. In una piana fatta a scacchiera in cui nel frattempo l’esercito della regina Bianca (una burrosissima e autoironica Anne Hathaway) si scontra con quello della Regina Rossa (una straordinaria Helena Bonham-Carter), dove il cappellaio matto (Johnny Depp, arancio-crinito) brandisce la spada contro il fante di cuori (Crispin Glover, altro ruolo molto ben riuscito che conferma che i cattivi stravincono). Ecco. Sentito quel rumore? Era Lewis Carroll, ha telefonato perché rivuole indietro il suo libro. Visivamente ‘Alice In Wonderland’ 2D e mezzo (girato in due d, convertito in tre d = carino ma non furiosamente necessario) funziona, eh, grazie al talento di Tim che noi ben tutti conosciamo. Anche se stavolta, con così tanti precedenti, la visionarietà si inchina o ai modelli classici quasi standard (il film della Disney su tutti resta il benchmark) o a dei recenti concorrenti (Guillermo DelToro e Peter Jackson). Perché ormai Tim Burton non è più la sorpresina di Hollywood  e dopo di lui è ormai arrivato qualcuno con delle idee precise in testa. Il problema in ogni caso se mai è un altro: complimenti a Linda Woolverton, però qua a conti fatti siamo di fronte ad una specie di ‘Narnia’ meets ‘Lord Of The Rings’ meets ‘Jeanne D’Arc’ meets ‘Il Labirinto Di Pan’. La parte finale, con battaglia, armate e spadoni è Lewis Carroll quanto io sono amante dei film mumblecore. Fa gran specie, perciò. Vero che il celebre disegno bla bla del poema Jabberwocky vedeva la bambina bla bla con la spada bla bla, vero che c’è un mostro da sconfiggere, però fa specie lo stesso vedere Mia Wasilowska arrivare su cavalcatura con l’armatura scintillante dopo che ha cercato di recuperare per mezzo film una spada magica. Allo stesso modo, fa un po’ specie vedere il Cappellaio matto innamorato perso tanto quanto il Fante di Cuori attivarsi per fare un po’ di stalking. Per Alice siamo al confine con maturità e matrimonio e la “liberazione” sessuale è alle porte, non è che si può campar tutta la vita coi leprotti isterici però questa nuova versione  un po’ specie ti fa. Non perché cinematograficamente non funzioni e nemmeno perché si abbia la tessera del Partito Purista Carrolliano. Semplicemente perché una narrazione di questo tipo è strana e pure un po’ ingombrante.

03
apr
10

After Dark Special #6: “The Reeds”. I canneti hanno gli occhi. C’era un cartello grande COSI’ che diceva NO ENTRY.

Passiamo in rassegna le otto proposte annuali dell’After Dark, concentrandoci sulle novità 2010, uscite da pochissimo sul mercato DVD. Per chi non conoscesse l’After Dark Festival, prego leggere qui. Non è che siano tutte gemme, però val la pena controllare ogni anno cosa salta fuori dalle loro parti…

Tom says… ‘The Reeds’: gitarella nel canneto con disgrazie progressive, fantasmi e killer. Minchia, non vedevo una serie di rogne consecutive ed adiacenti di tal fratta ad un gruppo di sfigati di vario genere (trentenni e non teenagers) da un bel po’. Il suddetto gruppo di britannici rognati infatti dal minuto venticinque è vittima di tutto ciò che in media succede in una manciata di horror di media fattura. Senza fare alcuno spoiler, il bodycount è abbastanza alto e comprende: morti idiote per errore, stile Romero; morti provocate da non si capisce quale fattore supernaturale che avrà comunque spiegazione nello scontro finale/spiegone; morti sparate causate da sorta di killer con impermeabile visibile in copertina. A condire le peggiori rogne ci sono poi queste presenze ricorrenti che fanno tanto fantasmi. Perché loro, perché adesso, perché stasera che piove e dovevo essere a casa prima. All’appello: il casinazzo di ‘Triangle’, slasher soprannaturale, slasher umano, assedio in barca invece che in casa e c’è pure un tizio che sembra il fratello intelligente di Lenny Kravitz. Forse un po’ troppo per tutti noi amanti degli horror semplici semplici. ‘The Reeds’ nella prima parte delle rogne tiene anche abbastanza bene grazie all’ambiente sinistro del canneto di notte e ad una buona costruzione della suspense. Dopo però si sbrodola eccessivamente, cercando di aprire troppe strade (forse per confonderci, forse per semplice incapacità) e finisce per essere un misto di troppe cose. Con uno spiegone finale che mi ha fatto pure un po’ incazzare e lascia metà delle cose sospese, anche se Nick Cohen non credo se ne sia nemmeno accorto. Adesso però voglio proprio vedere l’altro horror di Nick Cohen, la ‘Laguna Voodoo’. Sarà una frosciata mondiale, me lo sento.

…Ovvero tutto ciò che la vostra ragazza non vedrà mai perché si sta coprendo gli occhi. Direttamente proporzionale a quello che dopo non vedrete voi in caso questo sia un film brutto!

Un tizio infilzato, un paio di grandi ustionati, qualche presenza ubernatural e la classica suspense da notte-buia-non-muovetevi-torno-subito-vado-a-cercare-aiuto. Come no.

02
apr
10

Presentat Dead! #7: “The Guard Post”. Scusa, ho un brufolo qui?

Tom says… Su-Chang Kong ci ha riprovato. Dopo il successo (a quanto ho capito in patria sostanziale, all’estero moderato) di ‘R-Point’ il nostro riscrive un military-horror-drama stavolta ambientato ai giorni nostri. Ecco quindi ‘GP-506′, internazionalizzato con ‘The Guard Post’ per non sembrare un modello nuovo della Peugeot. Base militare al confine con la Corea Del Nord, cemento, noia, bunker e fastidio. Muoiono tutti ammazzati a parte uno che viene ritrovato coperto di sangue con un’accetta. Ufficiale di mezza età paterno e razionale viene mandato ad investigare, poiché di mezzo c’è il figlio di un generale. Si scopre nell’ordine: che non proprio tutti sono morti; che forse ci sono i fantasmi; che forse no, non ci sono i fantasmi; che forse c’è un virus contagiosissimo che fa crescere le bolle; che c’è un tizio che viene sorpreso a mangiarsi un cane; che c’è uno che gli si stacca un braccio e va in giro così, autocauterizzato;  che pure stavolta i coreani in divisa sono tutti uguali e non si riesce mai a distinguerli; che al terzo scontro a fucili spianati tipo ‘Le Iene’ mi sono sfrangiato i maroni. Narrativamente migliore del predecessore ‘R-Point’, ma lungo uguale (due ore secche anche stavolta, troppo) il film è costruito quasi in unità di tempo e luogo: una notte in una base militare isolata. Un po’ di varietà è data comunque da un doppio filo narrativo, che fa progredire la storia nelle due notti parallele, ricostruendo l’antefatto a mano a mano che l’investigazione procede (e la tragedia si sviluppa). Le similitudini con ‘R-Point’ sono diverse: una parte del cast, diverse sequenze di paranoia collettiva a fucili spianati e qualche ammiccamento volontario del regista (nel racconto di un testimone compare un fantasma praticamente identico a quelli del Vietnam del film del 2004, per poi rivelarsi una storia inventata). Infinitamente più gory di ‘R-Point’ ‘The Guard Post’ fa bella mostra di arti staccati, pozze di sangue abbondanti, bolle e pustole e dal nulla della prima parte diventa pesantemente gory nella seconda. Virus letali, paranoia e uniformi, con un latente e continuo sospetto di complotto e paranormale. E poi si mangiano pure il cane, dai. Un film in cui si mangiano il cane è per principio già bello. Ok, basta. Difetti? Due. I coreani sono tutti uguali e la sceneggiatura poteva togliersi di torno almeno venti minuti buoni.

…Ovvero tutto ciò che la vostra ragazza non vedrà mai perché si sta coprendo gli occhi. Direttamente proporzionale a quello che dopo non vedrete voi in caso questo sia un film brutto!

Pustole, bolle, pus, sangue e simpatia. Non a profusione, ma simpaticamente tanto. Siete stati avvertiti. Ci mette un po’ a carburare, ‘The Guard Post’, ma è come Natale… quando arriva arriva.

02
apr
10

After Dark Special #5: “Dread”. P-a-u-r-a. Del farsela sotto per giustificati motivi.

Passiamo in rassegna le otto proposte annuali dell’After Dark, concentrandoci sulle novità 2010, uscite da pochissimo sul mercato DVD. Per chi non conoscesse l’After Dark Festival, prego leggere qui. Non è che siano tutte gemme, però val la pena controllare ogni anno cosa salta fuori dalle loro parti…

Tom says… C’è un rinato interesse per i ‘Books Of Blood’ di Clive Barker. Dopo i primi tentativi, di cui solamente ‘Candyman’ ha lasciato un segno (più che altro perché ben si adattava a diventare uno slasher con un villain da franchigia), con ‘Dread’ negli ultimi tre anni siamo già a tre riprese, tutti film almeno dignitosi se non qualcosa in più. Della terna, ‘Dread’ alza la posta in gioco e diventa ufficialmente un gran bel film. La trama è la più semplice: studio sulla paura di tre studenti universitari. Dalla teoria si passa alla pratica, soprattutto grazie al più disturbato dei tre. Dalle interviste alle privazioni e alle torture. Tipicamente barkeriano, of course. Ma anche no. perché mentre il racconto originale risente di un’ottica alla ‘Pozzo e il Pendolo’ dove uno dei focus primari è quello di descrivere da un punto di vista “interno” le sensazioni di paura, l’eccellente rielaborazione della sceneggiatura di Anthony DiBlasi aggiunge dei fili narrativi, moltiplica i personaggi e incrementa il tasso di cattiveria, portando spesso il discorso su un piano di “cosa faresti agli altri per scoprire i tuoi limiti”. Chi sia effettivamente DiBlasi non so dirvelo, visto che i suoi credits finora si limitano alla produzione esecutiva dei recenti titoli tratti dagli scritti di Barker (‘Midnight Meat Train’ e ‘Book Of Blood’), ma il qui presente signor Anthony mostra di avere due palle grosse come il Montana. La rielaborazione è spaventosamente efficace e adeguata al soggetto: siamo davanti a tre studenti universitari che si comportano come tali, con i loro appartamenti di provincia, i loro vestiti stinti e le barbe semi-incolte. Dimenticatevi il patinato tipico da college americano, il taglio cinematografico è più che realistico: se vogliamo invece l’eccesso si raggiunge nell’altro senso visto che la fotografia e la messa in scena dei frangenti più paurosi è livida, intrisa di bianchi e gialli sporchissimi. Gli interni sono spesso decadenti, rovinati o grossolani. Il taglio insomma è tipico barkeriano anche se ci si mantiene sempre su un livello di realtà tangibile: niente supplizianti o niente cose tipo questa, per esempio, tanto per citare qualcuno che ci è rimasto sottissimo anche dopo tanti anni. Tutto funziona in ‘Dread’ e il lavoro di DiBlasi è eccellente sotto ogni punto di vista. Barkeriano ma non all’eccesso, spaventoso ma mai decorativo, intelligente e in grado anche di dire qualcosa sulla paura, sui limiti della psiche e sulla follia. Con un finale istantaneo completamente diverso dal racconto. Tutti accontentati, quindi. ah, Jackson Rathbone dopo la peggiore delle partenze potrebbe rifarsi una carriera con cose del genere.

…Ovvero tutto ciò che la vostra ragazza non vedrà mai perché si sta coprendo gli occhi. Direttamente proporzionale a quello che dopo non vedrete voi in caso questo sia un film brutto!

‘Dread’ ci mette un po’ a carburare ma dopo vi assicuro sono volatili per diabetici. L’ordalia a cui vengono sottoposti il sordo e la vegetariana valgono tutto il prezzo del biglietto… garantito.







Chi siamo?

Probabilmente nessuno di importante. Però potrebbe interessarvi ciò che scriviamo. Se avete i nostri gusti, magari. Ma anche se non li avete.



Contatto? Yep, here.
kramercontrokramer AT gmail.com



Risposta garantita? No. Ce la tiriamo? Non ce lo possiamo permettere. E' che talvolta abbiamo da fare.








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